Martedì, 29 Novembre 2011 12:46

Three and a Half - Recensione

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Parte come angosciante road movie e vira in tragedia. Una storia iraniana che affronta lo sconforto umano, prima che politico, del suo paese.



Tre e mezzo. Questo il totale delle persone che compone il gruppetto in fuga nel film dell’iraniano Naghi Nemati. Si aggiunge così solo un elemento incompleto a quel numero tanto caro al regista, il quale nel 2007 aveva esordito con un lungometraggio dal titolo Those Three (presentato in varie kermesse cinematografiche tra le quali, peraltro, anche il Torino Film Festival).


La storia è quella di tre amiche carcerate che, approfittando di una libera uscita, programmano di lasciare l’Iran varcando il confine illegalmente con l’aiuto di alcuni uomini loschi. Inizia così una piccola odissea umana che inizia come un improbabile e teso on the road per poi virare lentamente in tragedia. Il motivo di quel mezzo nel titolo è facilmente intuibile ma viene svelato solo a racconto inoltrato. E sarà proprio a causa di quel “surplus” nella perfezione della triade che tutto assumerà una connotazione cupa e disperata.


La regia di Nemati è solida e consapevole, senza musiche di sottofondo né alcun tipo di distrazione visiva. Segue i volti e i corpi dei suoi personaggi in maniera puntuale e attenta, spiandone le reazioni più contrastanti e le nefandezze segrete. Nonostante l’asciuttezza stilistica del cineasta, la sua narrazione non è del tutto lineare come potrebbe sembrare: le due sequenze più violente di tutto il film sono volutamente decontestualizzate e mostrate in momenti precedenti alla loro reale collocazione temporale. In ciascuna di esse, la telecamera è puntata a strettissima distanza sul carnefice e lascia fuori campo gli effetti irrimediabili delle sue azioni, registrando solo l’orrore e la paura nei suoi occhi e la sua immediata reazione di fuga. Non è un caso che la scena più forte e disturbante di Three and a half sia proprio una di queste due, in particolare quella che introduce Nasser e ne testimonia l’estrema viltà da pirata della strada con un’unica inquadratura fissa in automobile che apre il suo sguardo dal posto del passeggero/spettatore.


Un’opera fortemente drammatica, quella di Nemati (anche autore della sceneggiatura), che si concentra su una storia di sconforto umano - prima che politico - del suo paese.



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