Lunedì, 28 Novembre 2011 16:04

Way Home - Recensione

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Dramma familiare ramificato in più direzioni, il nuovo film di Kannengießer tratta temi importanti e nobili ma non riesce a coinvolgere emotivamente



Arriva dalla Germania uno dei film più tristi di questa 29esima edizione del Torino Film Festival. Il suo titolo originale è Vergiss dein ende e il suo regista è Andreas Kannengießer, già presente al TFF nel 2008 con la sua opera prima Planet Carlos.


Way Home è un dramma familiare che si ramifica in più direzioni. Al centro di tutto vi è un uomo di mezza età affetto da uno stadio avazato del morbo di Alzheimer e quasi del tutto non autosufficiente. Attorno a lui un microuniverso di persone infelici, ciascuno a suo modo incapace di affrontare la realtà: una moglie depressa che fugge dalla sua nuova e mortificante realtà casalinga in cerca di avventure che la distraggano; un anziano vicino riservato, appena entrato in lutto per la perdita del compagno di una vita; un figlio schivo e anaffettivo, trovatosi suo malgrado a doversi occupare del genitore e che continua a sfuggire ad una fidanzata in cerca solo di amore e rassicurazione.


Il tono della pellicola è, a dirla tutta, fin troppo intenso. La rappresentazione dell'infermità dell'uomo viene resa in maniera molto realistica, spingendosi oltre quanto avessero fatto negli ultimi anni altre opere che pure si erano affacciate su questo argomento (si pensi allo struggrnteAway from Her - Lontano da lei del 2008, o ai recentissimi Una separazione e Friends with benefits). L'impressione generale, però, è che i personaggi che popolano questa storia siano troppo forzatamente avvolti da una patina di alienata misantropia. Quasi non stupisce, nella seconda metà del film, il doppio tentativo di suicidio, operato quasi nello stesso luogo e con le stesse modalità da due persone diverse.



Senza dubbio Kannengießer affronta tematiche molto importanti: la malattia degenerativa, l'omosessualità, la perdità, la responsabilità, l'inadeguatezza. Tuttavia la resa umana della sua regia risulta molto fredda e, a parte l'effetto disturbante della prima mezz'ora (dovuta più ad una cruda esposizione corporea e fisiologica più che ad un fattore di empatia affettiva), si ha la sensazione di assistere ad una novella verghiana senza alcun coinvolgimento emotivo.



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