Lunedì, 28 Novembre 2011 16:02

A confession - Recensione

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La storia di un ex poliziotto torturatore che vive nel senso di colpa. Una pellicola lenta e confusa, sul filo di una riflessione religiosa sovraesposta e a tratti delirante



L'anziano Park Duk-joon è stato un poliziotto e un torturatore, ed ora trascorre i suoi giorni nella solitudine e nell'amarezza. Il suo pensiero va costantemente al proprio passato violento, al dolore che ha inflitto agli interrogati delle sue sessioni e alle conseguenze che le sue azioni hanno avuto in seguito. Nonostante ciò ogni tanto, per denaro, viene chiamato ad eseguire alcuni lavoretti poco ortodossi che richiedono la sua indiscussa capacità di far confessare chiunque. L'unica persona a lui vicina è una bella donna, cordiale ed affabile, che cerca di convincerlo a frequentare la chiesa con lei e avvicinarsi così al culto di Gesù Cristo. Ben presto però le cose prendono una piega inaspettata e l'uomo si troverà ad affrontare una volta per tutte i fantasmi del suo passato ed i suoi istinti più oscuri.


Stana pellicola, quella del coreano Park Su-min. Il titolo, A confession, richiama il libro di Tolstoj noto internazionalmente con lo stesso nome. Con l'opera dello scrittore russo, in effetti, il film condivide la trattazione costante della tematica religiosa, che in qualche maniera attraversa l'intera pellicola e domina poi completamente l'ultima parte della vicenda. Tuttavia Su-min dilata i tempi in maniera quasi estenuante, come se volesse (involontariamente o meno) trasferire la vera tortura dalla rappresentazione filmica ad un piano pericolosamente extradiegetico. Inoltre tutte le speculazioni cristiane affrontate, in particolare il delirante confronto finale tra il protagonista e la sua improvvisa nemesi, rischiano un sovraccarico iconografico imbarazzante, che si strozza nel simbolismo spicciolo e si annacqua nel citazionismo biblico fine a sè stesso.


Ma anche archiviando la lentezza della narrazione come una velleità autoriale, rimane l'impressione che le motivazioni dei personaggi e i loro drammi personali (persino quelli del protagonista, che pure vengono sviscerati con ripetuti flashback) non appaiono del tutto chiari. E questa confusione, purtroppo, appesantisce suo malgrado un finale che si sarebbe voluto invece catartico e rivelatorio.


doppioschermo

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