Ci vuole coraggio a costruire un film documentario su un condannato prossimo alla sentenza capitale. Ma di coraggio registico, si sa, Werner Herzog ne ha sempre avuto. L’autore di Fitzcarraldotorna a disturbare gli spettatori dopo il lynchiano My Son, My Son, What Have Ye Done?, ma questa volta lo fa non attraverso la ricostruzione poetica di un fatto realmente accaduto, bensì mediante la documentazione in tempo reale di una dramma umano in atto.
A poco più di una settimana dalla data fatale, il regista ha infatti cominciato ad incontrare il giovane Michael Perry, colpevole di omicidio e destinato alla pena di morte, intervistando anche parenti e conoscenti delle persone coinvolte nella triste vicenda di cronaca che lo ha visto protagonista. La presenza di Herzog, oltre che stilistica, è anche fisica: si percepisce la sua voce intervistante - dal chiaro accento tedesco - e si intuisce persino la sua sagoma riflessa nel vetro di una cornice mostrata alla telecamera in ricordo commosso di una persona morta. Ma la scena è dominata dai volti affranti, increduli o indignati di tutti coloro che sono stati intervistati in occasione di questa macabra operazione. Attraverso i loro discorsi, le loro ricostruzione e finanche dei loro aneddoti (come quello sugli scoiattoli raccontato all’inizio dal prete), emerge un quadro estremamente complesso sia sulle enormi differenze di percezione emotiva verso la crudele fatalità degli eventi, sia sull’eterogeneità di opinioni che esistenze tanto simili riescono a concepire riguardo la possibilità che lo Stato eserciti il diritto di togliere la vita in maniera legale agli elementi ritenuti “peggiori”.
La posizione del regista sulla pena di morte è chiara e reiterata (assai indicativa è la sua osservazione che “fa tanto Vecchio Testamento”). Tuttavia, sia nel porre domande che nell’intervenire nei discorsi, la sua attenzione è costantemente volta a raccogliere i sentimenti più sinceri e viscerali (anche quando questi si traducono in frasi estreme come “la verità è che non tutti meritano di vivere”).
Nonostante un uso forse un po’ insistito delle musiche drammatiche, la buona fede del risultato finale è tuttavia evidente. Il film indigna e – soprattutto – disturba a più livelli, sia per il tema trattato che per la sua straordinaria contingenza operativa. E ha il merito di far riflettere non solo sull’iniezione letale nello specifico ma anche sul senso stesso del tempo e dell’esistenza dell’uomo.




