17 ragazze - Recensione

Ispirato ad una storia vera dai tratti surreali, un film sull’irrazionalità apparente di un tentativo di emancipazione. Bello, asciutto e senza facili moralismi



Un’altra coppia di registi consanguinei si affaccia nel cinema francese d’autore. A differenza dei Dardenne, però, Delphine Muriel Coulin sono due sorelle, e con 17 ragazze segnano il loro esordio nel mondo de lungometraggio. Il film – molto apprezzato nella scorsa edizione del Festival di Cannes, dove era stato presentato alla prestigiosa Semaine de la Critique - si ispira ad una storia realmente accaduta sebbene dai contorni decisamente surreali.

Camille, una liceale francese, rimane incinta e decide di tenere il bambino. Con il suo carattere ribelle e provocatorio riesce a convincere, in un momento di esaltazione collettiva, le sue amiche di scuola ad avere a loro volta una gravidanza per poter diventare tutte ragazze madri e, in qualche modo, dimostrare alle proprie famiglie ed alla società intera di poter essere persone diverse, raggiungendo un’emancipazione del tutto personale ed estrema. Ovviamente questa folle idea, che sembra riscuotere un discreto seguito (il titolo del film si riferisce proprio al numero di alunne dello stesso liceo che la metterà in atto), porterà ad un vero e proprio scandalo nella piccola città in cui tutto ciò si sta verificando. E non tutte le ragazze, peraltro, affronteranno i rapporti con la famiglia - o con la maternità - alla stessa maniera

Il confronto iniziale coi fratelli Dardenne, per quanto formale, non sembra in realtà poi così peregrino: la regia di 17 ragazze è molto asciutta, si concentra sui dettagli e si prende tutti i tempi della quotidianità adolescenziale, con i suoi discorsi a ruota libera e i meccanismi di interazione (o di esclusione) sociale. La rappresentazione delle adolescenti protagoniste, ritratte in maniera delicata e senza eccessi retorici, è quasi documentaristico e rifugge inoltre il rischio di fornire giustificazioni al loro gesto inconsueto attraverso pedagogismi o stereotipi generazionali. Anzi: proprio da questo punto di vista sembra impossibile intuire un qualunque tipo di giudizio etico da parte delle due registe, se non (forse) nelle testimonianze fuori campo in chiusura. E questo, ai fini della potenza visiva e simbolica di un film sulla crescita e sulla trasformazione (fisica e morale), è un risultato eccezionale.

Si spera che, a differenza di quanto accadde per il bellissimo Juno, nessun critico o giornalista politico strumentalizzi l’opera delle Coulin banalizzandola a mero manifesto contro l’aborto. Se il film ha il merito di far riflettere, lo fa puntando molto più in alto di così.



Ultima modifica ilMercoledì, 28 Marzo 2012 14:09
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