Venerdì, 25 Novembre 2011 16:01

Miracolo a Le Havre - Recensione

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Kaurismaki realizza un vera e propria favola surreale dove tutto cambia colore, dai corridoi del reparto d’oncologia ad una vecchia casa fatiscente.



L’immigrazione clandestina dai paesi più poveri dell’Africa, basta vedere un telegiornale in un giorno a caso, è diventata una delle tragedie più significative di questo decennio. E’ normale, quindi, che diversi autori si siano spinti a raccontarla seguendo le loro sensibilità e le loro poetiche. Terraferma con la sua isola immaginaria, tanto simile a Lampedusa, divisa tra spirito d’accoglienza e voglia di turismo e il Villaggio di cartone con la chiesa sconsacrata diventata ricovero per disperati ne sono esempi chiari. Ma già prima dei nostri Crialese e Olmi il maestro Kaurismaki aveva dato la sua personale interpretazione. Miracolo a Le Havre infatti, nonostante esca solo ora nelle sale italiane, era già stato presentato a Cannes, dove aveva riscosso grandi apprezzamenti, ma,  come succede spesso, nessun premio.


Il film racconta la vicenda dell’ex scrittore Marcel Mars che, ha venti anni di distanza dal bellissimo Vita da Boheme, si è ritirato a Le Havrè, piccolo paese sulla costa normanna, dove si guadagna da vivere facendo un mestiere antico e ormai dimenticato, il lustrascarpe. Le sue giornate passano tra una moglie che lo ama ma che sta lentamente morendo per un brutto male, i commercianti a cui si fa sempre far credito e il bar dove non disdegna mai un bicchiere di bianco. Un giorno, però, Marcel trova Idrissa, un giovanissimo immigrato proveniente dal Gabon. Il ragazzo è diretto a Londra dove si vuole ricongiungere con sua madre. Il vecchio boheme decide allora di dedicare tutti i suoi sforzi per realizzare il sogno del suo giovane amico, arrivando anche a mettersi contro le forze dell’ordine.


Mettendo da parte la retorica dei film a tesi, Kaurismaki realizza un vera e propria favola surreale dove tutto cambia colore, dai corridoi del reparto d’oncologia ad una vecchia casa fatiscente. Certo, Miracolo a Le Havre, per chi non conosce le opere del cineasta finlandese non è una pellicola facile. Il particolare senso dello humour, i dialoghi stranianti, l’impostazione statica delle scene e i personaggi dalle facce assurde, sono tutte caratteristiche identificative della sua carriera e potrebbero fare storcere il naso ai profani. Il film, però, merita di essere visto se non altro anche per le meravigliose interpretazioni. Andrè Wilms è fantastico nel tratteggiare quel “bambino non troppo cresciuto” di Marcel, con un candore ed ingenuità difficili da non amare. Stesso discorso per la meravigliosa Kati Outinen (la moglie Arletty) che insieme al giovane Blondin Miguel ha forse la scena più emotivamente importante del film. Degni di essere ricordati, inoltre, sono il rivale normanno di Johnny Holiday , Roberto Piazza e la sua performance canora (Kaurismaki, anche per la sua collaborazione con i Leningrad Cowboys, è un esperto in colonne sonore) e, soprattutto, il commissario Monet di Jean Pierre Darroussin, poliziotto triste che, come nella migliore tradizione, sa sempre fare la scelta giusta, a dispetto delle leggi e delle gerarchie.


Una pellicola imperdibile per chi ama Kaurismaki. Chi invece non lo conosce per niente, sappia che dovrà munirsi di tanta pazienza ma che, alla fine, lo sforzo sarà ripagato.

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