Venerdì, 18 Novembre 2011 11:28

Il buono, il matto, il cattivo - Recensione

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Dinamicissima e riuscita rielaborazione del classico di Sergio Leone in salsa di soya. Impressionante e perfetto il "cattivo" Lee Byung-hun



Il coreano Kim Ji-woon aveva già conquistato il gradimento del pubblico e della critica internazionale con l’horror Two sisters e ancor di più con il noir A bittersweet Life, al quale ha fatto seguire nella sua filmografia proprio Il buono, il matto, il cattivo (girato nel 2008). Arriva quindi da noi con almeno tre anni di ritardo questo bellissimo omaggio in salsa di soya del cinema di Sergio Leone, ed in particolare del suo quasi omonimo capolavoro Il buono, il brutto, il cattivo.


La storia è quella di tre loschi figuri che, nella Manciuria degli anni ’30, si trovano a rincorrersi e a darsi la caccia per impossessarsi di una preziosa mappa del tesoro. Si tratta di Do-Won (il buono), un cacciatore di taglie severo ma dai saldi principi, Tae-gu, un ladro frenetico e irriverente dall’indole opportunista, e infine Chang-yi, famoso ai più con il temutissimo nome d’arte di “Manciuria Kid”, spietato assassino sadico e vanesio.


Già nei primi minuti di visione è chiaro l’intento di Ji-woon: rifarsi al classico di Leone riprendendone l’ambientazione e alcuni tratti salienti della sua storia, per poi elaborare qualcosa di estremamente moderno, dinamico e divertente senza mai tradire l’amore per il modello principale. La scena iniziale nel treno, con la (quasi) soggettiva di Tae-gu che si finge venditore ambulante per arrivare ad uccidere i facoltosi uomini della carrozza finale, anticipa con energia e ritmi concitati la cifra dell’intera potente pellicola, accompagnando lo spettatore in un gioco di rimandi visivi e musicali gustosissimo (notevole la colonna sonora, che reinterpreta alcuni temi portanti del genere western – o delle contaminazioni tarantiniane, come nel caso di Don’t let me be misunderstood – con arrangiamenti e sonorità attuali).


Molto convincenti i tre protagonisti, per quanto a spiccare sia inevitabilmente il volto sfigurato e belloccio di Lee Byung-hun, già star del già citato A bittersweet Life nonché di Hero e dei due G.I. Joe.


Potrebbe sembrare prematuro parlare ora di una rinascita del western in chiave orientale. Tuttavia Il buono, il matto, il cattivo rimane una delle migliori reinvenzioni di settore operate negli ultimi anni, superando persino remake fedeli e seriosi (il mangoldiano Quel treno per Yuma, il coeniano Il grinta) o incursioni moderne nel genere da parte dei cugini americani (come il seppur apprezzabile Appaloosa di Ed Harris).



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