Giovedì, 03 Novembre 2011 16:18

Bobby Fischer Against the World - Recensione

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Il documentario prodotto dalla HBO pur non annoiando mai, fallisce nel riportare sullo schermo e mostrare al grande pubblico la parabola umana di Bobby Fischer, il più grande scacchista della storia.

Quando una casa produttiva di qualità come l’HBO ha intenzione di realizzare un film biografico che provi ad incamerare in un ora e mezza di pellicola la vita di una figura straordinaria, deve andare incontro agli enormi rischi insiti nel genere biopic . La scelta dell’attore che interpreta il ruolo protagonista (e qui ci sono ulteriori scogli da sormontare sulla rassomiglianza fisica e sull’adeguatezza dell’interprete a confronto con l’originale) e le difficoltà per rendere l’esistenza di un essere umano, dal punto di vista narrativo, cinematograficamente interessante, sono le principali cause di fallimento di operazioni del genere. Di solito, quando si sceglie, invece della fiction, di affrontare questa sfida producendo un documentario, si risolvono molti di questi problemi e si crea un lavoro in molti casi, se non appassionante, esaustivo e storicamente pertinente.

Purtroppo non è questo il caso di Bobby Fischer Against The world. Il documentario, prodotto appunto dalla Hbo (la madre dell’eccellenza televisiva americana) e realizzato dalla regista esperta in documentari Liz Garbus, pur non annoiando mai, fallisce nel riportare sullo schermo e mostrare al grande pubblico, la parabola umana di Bobby Fischer, il più grande scacchista della storia. La pellicola visivamente funziona. L’idea di alternare la vita di Fischer con le mosse degli scacchi, come se fosse un’enorme partita, è efficace come sono godibili (sebbene non facilmente comprensibili, anche per chi conosce il gioco degli scacchi) le ricostruzioni dei momenti clou delle partite che lo hanno portato alla vittoria del titolo.  Si sarebbe dovuto osare di più in fase di montaggio e ideare qualcosa di un po’ più originale delle solite interviste sedute ai “testimoni oculari”, ma comunque la Garbus fa un lavoro, nel complesso, più che sufficiente.

A naufragare clamorosamente, invece, è il modo in cui si prova a raccontare la figura di Fischer. Il film, da questo punto di vista, non sa mai che strada prendere e si perde spesso in indecisioni fatidiche che portano lo spettatore ad avere solo una leggera “infarinatura” della vicenda umana del grande scacchista, come se si fosse letto sbrigativamente un Bignami di Bobby Fischer. Il legame conflittuale con una madre che preferisce le sue battaglie politiche a lui, il rapporto con i media nel momento più alto di fama, il suo status di icona pop, un’analisi psicologica che possa permettere di capire le motivazioni dietro molti suoi gesti eclatanti sono elementi solo accennati in modo sfuggevole, facendo venire il rimpianto di sapere cosa sarebbe potuto venire fuori qualora fossero state approfondite. L’unica fase che viene raccontata, giustamente, con attenzione è la sfida mondiale con Boris Spasskij ma anche in questo caso si perde talmente tanto tempo che la successiva cronaca della sua discesa da eroe nazionale a persona non grata in patria viene trattata, nel finale, con troppa velocità.

La colpa di questo “insuccesso narrativo” però non è imputabile alla regista, ma forse propria alla  figura di Fischer talmente complessa, sfumata e immensa, da far venire in mente che sia effettivamente impossibile narrarla in modo adeguato.

doppioschermo

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