Fragile come la più iperprotettiva delle madri, lei, anaffettivo come il figlio di una dolorosa separazione, lui: Anna e Anders compongono un piccolo nucleo familiare che si trascina nel terrore del passato e nell’angoscia del presente. Quando gli assistenti sociali trovano loro un appartamento in un casermone isolato in cui solo le finestre, tutte identiche, palesano una presenza umana, i due provano a mettersi alle spalle la traumatica storia di un marito e padre violento. Per Anna, ossessionata dal ricordo dell’uomo che ha rovinato lei e il suo amato bambino, voltare pagina e ricominciare è difficile mentre per Anders, che ha solo 8 anni, tornare a una vita normale e fare amicizia con un coetaneo sembrano le strade più semplici da imboccare. Con l’aiuto di Helge, commesso sensibile e delicato di un centro commerciale, la donna prova a trovare un po’ di serenità e a staccarsi dal suo bambino almeno durante le sue notti insonni con l’uso di un babycall. Ma quando inizia a intercettare gli orrori infantili fra le quattro mura di un suo vicino, così simili a quelli provati sulla propria pelle, Anna riprende la sua profonda discesa negli abissi di una mente sconvolta e tormentata. La terribile realtà che scopre a pochi passi da casa sua e le profonde cicatrici nella propria anima finiranno per sfregiare nuovamente la sua vita.
Teso horror psicologico diretto dal norvegese Pal Sletaune, Babycall è un’opera tragica che affida al volto impenetrabile della talentuosa Noomi Rapace, star larssoniana, un personaggio torturato dall’elaborazione di un lutto insormontabile. Angosciante da inizio a fine, malgrado ci mostri la tremenda conclusione nell’incipit, come il The Others del primo Amenabar ma distante dalle sue incursioni nella ghost story, il film scava a fondo in una psicologia dilaniata, ce ne mostra le proiezioni mentali e le scoperte insospettate confondendole sul piano visivo e della narrazione con un’abilità strategica. Sospesi dal primo all’ultimo inafferrabile fotogramma, gli spettatori sprofondano lentamente in un’escalation dei brividi sotto pelle: si soffre per una protagonista a cui non viene riservato nessun pietismo e si entra per qualche attimo intenso e agghiacciante nel suo profilo turbato cercando un barlume di luce che arriva inaspettato nella dolce favola, irreale, che solo il sensibile Helge (Kristoffer Joner) può regalarle.
Film autoriale e denso di thrilling dell’anima Babycall non è destinato al grande pubblico dei blockbuster, ma si rivolge a chi sa cercare oltre il segno dell’immagine superficiale, pronto a un viaggio immersivo e sommersivo nei meandri oscuri della mente che si rifiuta di accettare la realtà shockante come la più drammatica delle perdite. Se la protagonista Anna si sdoppia davanti a noi tra passato e presente, tra inconscio e coscienza, il percorso duale si riflette anche in Helge, anonimo microeroe del quotidiano che si rispecchia nella sua figura materna, dalla quale però sa staccarsi con grande e sofferta maturità. A legarli a doppio filo un bambino, ombra prolungata di Anders e forse dello stesso Helge, che subisce una sorte crudele e moltiplica in un atto shakespeariano i fantasmi luttuosi di un cinema che sa raccontare con intensità malinconica il nichilistico contrasto tra eros e tanatos, tra identità e alterità, ma soprattutto tra la psiche totalizzante dell’umanità e il vuoto che la struttura statale gli crea e gli innalza intorno.




