Mercoledì, 02 Novembre 2011 00:42

Dalla collina dei papaveri - Recensione

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Con Dalla collina dei papaveri Goro Miyazaki rinnova nello sguardo del pubblico il patto tacito che il padre ha stretto dai tempi televisivi di Conan ragazzo del futuro: rendere l’animazione pura poesia visiva capace di toccare le corde dell’anima con il suo popolo di ragazzini e genitori, veicoli umani degli antichi valori familiari, ecologici e spirituali.

Ci sono i figli d’arte italiani, che ereditano dai padri il cognome e la disposizione genetica a un’arte del passato difficilmente clonabile negli anni 2000, e i figli d’Arte, che tengono alta la meritata fama dei loro padri e continuano a legittimare l’Arte che li ha resi amati in tutti il mondo. Sono pochi, ahinoi, gli artisti che appartengono alla seconda categoria, ma sui loro nomi, e cognomi, non abbiamo dubbi. E’ il caso di Goro Miyazaki, figlio di Hayao, il Maestro dello Studio Ghibli, la storica factory giapponese che ha ridato vita all’animazione sul grande schermo. E’ al suo secondo lungometraggio Miyazaki, ma in Dalla collina dei papaveri (titolo originale Kokuriko-Zaka Kara) rinnova nello sguardo del pubblico il patto tacito che il padre ha stretto dai tempi televisivi di Conan ragazzo del futuro: rendere l’animazione pura poesia visiva capace di toccare le corde dell’anima con il suo popolo di ragazzini e genitori, veicoli umani degli antichi valori familiari, ecologici e spirituali.

Stavolta la protagonista è Umi – che in giapponese significa “mare”, un luogo simbolico caro al repertorio estetico di famiglia – un’adolescente che s’innamora di Shun, coetaneo che guida la protesta degli studenti del Quartiere latino, un’associazione organizzata per materie liceali, contro la chiusura decretata dal governo. Dalla sua collinetta a Yokohama Umi aizza ogni giorno delle bandiere per augurare buon viaggio al padre, capitano della marina scomparso durante la guerra di Corea, ma non sa che Shun, che aiuta suo padre con il rimorchiatore al porto, la guarda affascinato. Ad unirli sarà la lotta per riportare ai vecchi fasti il collettivo, baluardo culturale degli anni ’60, mentre un misterioso segreto di famiglia rischia di separarli proprio alla nascita del loro tenero amore.

“Democrazia non significa ignorare la minoranza”, si dice nel film nella sequenza della fragorosa riunione degli studenti, che cercano di tenere in vita un’associazione che alleva i germogli ideologici figli degli anni Sessanta. La critica alla politica, moderata ma incisiva, trova espressione nell’unione gioiosa dei personaggi che affollano coraggiosamente l’opera ed è capace di estendersi per larga parte del film senza retorica, affiancandosi e integrando le problematiche giovanili e sociali melodrammatiche. A calibrare tematiche dal peso così diverso ci pensano l’equilibrio narrativo dell’adattamento di Hayao Miyazaki e di Keiko Niwa (già apprezzato in Arrietty) dall’omonimo shōjo manga degli anni ’80 - ideato da Tetsuro Sayama e Chizuru Takahashi – e lo strategico dinamismo musicale. La colonna sonora del romantico Satoshi Takebe completa inquadrature delicate e tinte tenui come gli oli di Monet, secondo la migliore tradizione della Ghibli, diventando un personaggio della storia stessa, che enfatizza con ritmo da tango i movimenti, della macchina da presa e del racconto, e rallenta con melodie nostalgiche i momenti più commoventi, riscaldandone i toni. Con maestria artistica e intensità emozionale Dalla collina dei papaveri si allinea ai successi dello Studio che ha rivoluzionato il cinema d’animazione, al quale auguriamo ancora lunga miyazakiana vita.

doppioschermo

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