Accorsi dall’Europa al capezzale della madre Elizabeth (Charlotte Rampling) in Australia, Basil (Geoffrey Rush) e Dorothy (Judy Davis) ritrovano una donna che, nonostante la sua condizione precaria, continua a infliggere loro il peso morale della sua presenza: prendendosi gioco del loro affetto per lei e deridendo quello che sono, Elizabeth dimostra ancora una volta di essere una donna egoista e crudele che non sa far altro se non vivere di sé e per sé e che ora, nel letto di morte, vive di luce riflessa e ricordi. Immersa in un presente in cui il passato riaffiora attraverso dei lunghi flashback, Elizabeth rivive ossessivamente i momenti di un uragano che nonostante la potenza, non è riuscito ad abbatterla.
Tratto dal romanzo omonimo di Patrick White, Nobel per la letteratura, Fred Schepisi ha saputo adattare per il grande schermo The Eye of the Storm, affresco epico e psicologico della miseria e della fatuità umana: il tempo scorre tiranno eppure non si finisce mai di provocare dolore alle persone che ci sono accanto. Elizabeth fino alla morte rimane la persona insensibile e piena di sé che è sempre stata, si ostina a non donare un minimo calore materno a Basil e Dorothy che da parte loro rimangono intrappolati nelle proprie fragilità e insicurezze.
Charlotte Rampling è una perfetta Elizabeth, il personaggio sia nel suo antico splendore che nella morte, sembra esserle stato cucito addosso, Geoffrey Rush si porta dietro tutta l’insicurezza dell’adolescente Basil e del suo essere cresciuto senza amore materno, condizione che lo accomuna con la sorella Judy Davis, una Dorothy che ha sempre sentito come ingombrante e soffocante la presenza di una madre poco materna e troppo donna.
Tutto orchestrato dalla sapiente regia di Schepisi, che si diverte a giocare con gli opposti: alterna il presente e il passato dei personaggi, mostra nelle sue inquadrature l’armonia della natura e subito dopo la sua devastazione, e l’uragano è il mezzo per allontanare da Elizabeth tutto e tutti fino alla sua morte.




