- Scritto da Valentina Pettinato
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Voyez comme ils dansent - Recensione
Un piccolo e delicato racconto di una dimensione onirica diretto dal bravissimo Claude Miller
Ha diviso, e non poco, gli spettatori Voyez comme ils dansent, l’originale pellicola tratta dal romanzo In the Snow Forest di Roy Parvin e diretta dal bravissimo Claude Miller, già noto per le sue collaborazioni con Robert Bresson e Jean-Luc Godard e seguace della scuola di François Truffaut.
Questo film è un piccolo e delicato racconto di una dimensione onirica, nella quale sono rinchiuse due donne: Alexandra, un’indiana d’America coraggiosa, che esercita la professione di medico in Canada (la ormai francese Maya Sansa) e Lise (Marina Hands), documentarista francese. Entrambe le donne sono legate sentimentalmente al protagonista (indiscusso) del film, il meraviglioso James Thierrée, che interpreta il comico di fama mondiale Victor Clément. Lise, moglie dell’artista, parte per girare un documentario su un treno, in un viaggio attraverso il Canada. In questo viaggio ha il tempo di analizzare, attraverso forti flash back che l’assalgono, momenti importanti del suo matrimonio, del suo rapporto con Vic, l’uomo del quale è follemente innamorata e che le ha regalato tante gioie ma anche tante malinconie. Mentre il treno corre su binari innevati scopriamo, lentamente e delicatamente - così come intravediamo poggiarsi fuori dai finestrini i fiocchi di neve sul suolo ormai candido - quanto difficile sia giocare un ruolo comprimario in una vita di coppia fortemente incentrata sul carisma di un compagno così geniale, così folle e sregolato. Lise gira un documentario ma in realtà noi non vediamo quasi nulla, se non prospettive che sceglie di usare per la sua storia, come inquadrature, dettagli. Le scelte sembrano quasi quelle legate a spezzoni della sua, di storia, che è finita, ma che sembra circolare, sembra ruotare su se stessa, come fosse alla ricerca di una nuova forma di inizio. E proprio quando il treno, in seguito all’incidente di un camion, si arena ‘in mezzo al niente’, che la protagonista scopre il brutto scherzo che le ha tirato il destino, perché si trova bloccata nella città dove vive Alexandra, il medico attuale compagna del suo ex marito. Dall’incontro tra le due donne nasce un sofisticato e femminile braccio di ferro, che ha come scopo sancire quale delle due personalità di Vic (per Lise) -Clemént (per Alexandra) sia stata quella più sincera, più reale e meno artefatta.
Il film ha uno sviluppo narrativo particolare: tutta una prima parte incentrata sul protagonista maschile, in cui la sua forza scenica, travolgente, circense, estasia lo spettatore. Victor volteggia in aria e il pubblico trattiene il respiro, ride alle sue battute, si commuove per il suo rapporto di odio-amore col padre “ingombrante”. In questo lavoro gli spettatori in sala si identificano, quasi si sovrappongono al pubblico di Victor, e tutto sembra così reale nonostante la scoppiettante spettacolarizzazione, messa in scena, finzione. La seconda parte, tanto criticata dai più, si sposta. Il centro sono le due donne, anelli che gravitano attorno al pianeta magico del protagonista. Una, artista, ironica, sensibile, cittadina. Rappresenta il passato, il proscenio, i riflettori. L’altra forte, concreta, dal forte legame con gli elementi naturali, che lo salva durante uno spettacolo da un attacco di panico. Quest’ultima rappresenta la via di fuga da un passato, che forse lo soffoca. Lo scontro-paragone tra le due avviene in maniera inconsapevole: lo scambio di un taxi che sembra quasi un passaggio di testimone nella vita del protagonista. Dopodiché, ognuna combatterà per salvare la propria versione della personalità ‘amorosa’ del suo compagno.
Maya Sansa, presente in conferenza stampa, nel rispondere alle domande del pubblico racconta di questa assurda, bizzarra ma oltremodo possibile esigenza che si instauri un legame tra due donne rivali, che come nel caso del film, ad esempio, potrebbe essere catalizzato dal reciproco bisogno di scoprire tasselli segreti dell’uomo che ha occupato parte importante della propria vita. Nell’affrontare questo ruolo la Sansa racconta la sua lunga preparazione, il bisogno di conoscere le tradizioni e il linguaggio degli indiani d’America, il loro rapporto con la natura e con gli animali, perché ciò che era importante trasparisse dal film era proprio questa dicotomica realtà tra una città che regala luci ma anche drammi e una dimensione più boschiva dove tutto è silente, lento, con luoghi meditativi, per trovare pace e risurrezione nell’animo.
Ma, come afferma l’attrice, non basta cambiare luogo, donna, per uscire da un malessere profondo. Così per tutta la seconda parte che vede la contrapposizione al femminile, chi vince, in realtà, è il protagonista. Come ogni bravo prestigiatore che non svela mai i suoi trucchi, infatti, quando decide di scomparire, riesce a farlo in modo che nemmeno le persone a lui più vicine sappiano in quale doppiofondo (dell’animo?) andarlo a cercare.
Valentina Pettinato
Valentina Pettinato, per gli amici Vì, è una mite ma incostante donna che, dopo aver fatto una strage di piante, animali, passatempi, corsi di yoga e altre cosette, capisce che la passione per il cinema è l’unica cosa che riesce a coltivare, accudire, far crescere con tanto tanto amore, e ci si dedica con tutta se stessa. Cenni autobiografici ci dicono che, a causa degli effetti spiazzanti provocati dalla sua interazione verbale con gli altri, decide di crescere ovviando a questo fastidioso inconveniente affinando la scrittura. Si laurea in Scienze Politiche e poi scopre di amare ciò che, durante il corso di laurea specialistica in Comunicazione, rubricava come ‘de la Semiotica e di altri Demoni’. Così, colta da folgorazione improvvisa da celluloide sulla via di Damasco, decide di fare degli altri corsi e un master in critica cinematografica, iniziando a vivisezionare tutti quei film che prima aveva visto con gli occhi di un profano. Amante appassionata e devota di tutta la filmografia di Woody Allen, soffre di dipendenze pericolose dai personaggi di Tim Burton. Venera Lynch, Nolan, Aronofsky e Cronenberg, quest’ultimo quando è un uomo ragionevole. Non potrebbe vivere senza film francesi, i classici del cinema, il grande schermo, i trailer da commentare, le luci che si abbassano e i titoli di coda. Ah, e Chaplin, perché è una delle robe più commoventi che conosca. E i Festival, anche se l’annoiano. Pensa inoltre di dover essere onesta in questa minibiografia nel dire che tutto ciò che recensisce è frutto dei propri ormoni in perenne subbuglio che spesso ne pregiudicano l’obiettività, a vantaggio dei propri gusti, ma siccome è un donnino corretto lo ammette e ve lo motiva sempre. Sogna di sposare Sean Penn e subito dopo, per la felicità, correre nel Club Silencio mentre cantano ‘Llorando’ per dire che ‘no hay banda’ è a sua volta un’illusione. Siccome non accadrà mai, nel mentre fa un lavoro serissimo e poi guarda film, spettacoli, legge libri che poi recensisce, prima lo faceva per Radiocinema, adesso da un anno e un po’ per quei bravi ragazzi di Doppioschermo.