Martedì, 01 Novembre 2011 16:58

My Week with Marilyn – Recensione

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Una convincente Michelle Williams porta sul grande schermo il mito di Marilyn Monroe, con le sue fragilità e la sua innata sensualità

E' sempre difficile riportare in vita una leggenda. Se poi il mito da far risorgere è quello di Marilyn Monroe, il confronto con l'inimitabile originale può essere impietoso. Ma la convincente Michelle Williams, straordinariamente somigliante all'originale (merito di trucco e costumi semplicemente perfetti), regge degnamente il confronto in My Week with Marilyn, presentato fuori concorso al Festival internazionale del Film di Roma. Come prevedibile, però, la talentuosa Williams non riesce a replicare quel rapporto simbiotico che la Monroe aveva con la macchina da presa, quel talento innato che la rese una star e che suscitava l'invidia anche di Laurence Olivier, interpretato da Kenneth Branagh. "Lui è un grande attore che vuole diventare una star di Hollywood, e tu sei una star di Hollywood che vuole diventare una grande attrice. E questo film non aiuterà nessuno dei due a raggiungere il suo scopo", sintetizza Colin Clark (Eddie Redmayne), un 24enne di ottima famiglia appena uscito da Oxford e innamorato del cinema che riesce a strappare un lavoretto come terzo assistente alla regia sul set de Il principe e la ballerina e riuscirà a conquistare la fiducia e l'affetto dell'attrice.

Basato sui due diari scritti proprio da Clark, The Prince, The Showgirl and Me, la pellicola è un tuffo nel passato che mostra il dietro le quinte e le riprese del film diretto e interpretato da Laurence Olivier che pretese di avere accanto a sè la star hollywoodiana, salvo poi pentirsene a causa dei suoi continui ritardi sul set, della sua suscettibilità, delle sue debolezze, ma soprattutto della sua brillante stella in ascesa che rischia di oscurare anche il talento dell'attore inglese che cerca di sfondare al cinema dopo una sfolgorante carriera teatrale.

Oltre a mostrare l'innata sensualità di Marilyn, a Simon Curtis - al suo esordio cinematografico, dopo 20 anni di carriera televisiva - interessa svelare il suo lato più intimo, la sua dipendenza dalle pillole e dall'alcol, la continua ricerca di qualcuno che la protegga e non sparisca all'improvviso, il suo essere circondata da uno staff di avvoltoi - in primis la coach Paula Strasberg (Zoë Wanamaker) - che sfruttano le sue insicurezze pur di non lasciarsi scappare la “gallina dalle uova d'oro”. Nel ruolo del (quasi) antagonista, Branagh ci regala un ritratto brutalmente onesto di Olivier, vanitoso, seduttivo e sfacciato, quasi brutale e disposto a non concedere nulla alla fragilità della Monroe. Perfetta anche Judi Dench, nel ruolo di Dame Thorndike, materna e accomodante nei confronti della star holywoodiana smarrita e sempre in cerca di approvazione. Il giovane Redmayne, al centro della storia, regge bene il confronto con i mostri sacri del cinema inglese mentre la “potteriana” Emma Watson, ridotta al rango di comparsa di lusso, passa letteralmente inosservata.

doppioschermo

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