Nella grigia Torino, l'industriale Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino) è sull'orlo del fallimento: la fabbrica di pannelli solari ereditata dal padre è in crisi e l'orgoglioso Nicola rifiuta con ostinazione l'aiuto di tutti. Sommerso dai debiti, strangolato dalle banche, incalzato dai propri operai preoccupati per il futuro, rifiuta per orgoglio i soldi dell'odiosa suocera e si allontana sempre di più dalla moglie Laura (Carolina Crescentini). Quando anche il suo punto fermo - il matrimonio - vacilla, Nicola si sente perso e tira fuori il peggio di sè.
A tre anni da I demoni di San Pietroburgo, ultimo lungometraggio della sua lunghissima carriera, Giuliano Montaldo torna al cinema con L'industriale, la pellicola presentata fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma. Nei panni dell’industriale che annaspa per superare la cisi, Favino sembra risplendere di luce propria: è quasi superfluo sottolineare la sua bravura nel calarsi nel personaggio dell'imprenditore tutto d'un pezzo, che rifiuta di scendere a compromessi e, di fronte allo spettro del fallimento, pensa a salvare il posto di lavoro dei suoi operai ma senza chiedere l’aiuto di nessuno. Al contrario, la Crescentini, seppur molto elegante, sembra non riuscire a scrollarsi di dosso il ruolo ella Corinna di Boris e spesso sembra la caricatura di se stessa. Meno credibili risultano essere le prove degli attori non protagonisti, Francesco Scianna – che interpreta il mediocre avvocato di Nicola – ed Elena Di Cioccio, la “Iena” prestata al cinema che impersona la migliore amica di Laura. Molto azzeccata, invece, la scelta di ambientare la vicenda nella Torino post industriale, anch’essa colpita dalla crisi economica che ultimamente riempie le prime pagine dei giornali: a sottolineare ogni ambientazione è una fotografia gelida, quasi in bianco e nero, e la colonna sonora imponente e drammatica composta da Andrea Morricone. Anche se in alcuni momenti la sceneggiatura sembra perdere ritmo, la pellicola mostra alcuni picchi di originalità e strappa anche qualche risata (la gag dei ristoratori giapponesi che vengono assoldati dall’industriale è azzeccatissima) fino all’epilogo della vicenda che capovolge completamente la storia.




