Lunedì, 31 Ottobre 2011 21:32

Tyrannosaur - Recensione

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Un film proletario sulle periferie disastrate, un dramma psicologico, una storia d’amore non convenzionale e un racconto di redenzione, tutto condito con alcuni dialoghi degni delle migliori commedie nere british

E’difficile,quasi impossibile, scrivere una recensione sensata ed adeguata di un’opera come Tyrannosaur. Il film, esordio alla regia dell’attore inglese Paddy Considine (meraviglioso protagonista di Dead Man’s Shoes, In America e Red Riding: In the Year Our Lord 1980), ha una tale potenza espressiva da travolgere lo spettatore che dovrà aspettare a lungo prima di poter dire di aver veramente metabolizzato tutta l’assurda quantità di violenza, dolore e poesia che il film regala a piene mani.

Eppure se si leggesse solo la trama, si potrebbe pensare di essere di fronte all’ennesimo prodotto,socialmente impegnato, del cinema indipendente inglese. La pellicola, infatti, ha come protagonisti un uomo e una donna sconfitti, due anime disperate che, per un breve periodo, tentano insieme di andare avanti. Lui è Joseph (Peter Mullan), vedovo alcolizzato, con una dose cosi straripante di rabbia interna da rischiare da un momento all’altro di impazzire. Lei invece è Hannah (Olivia Colman), piccola donna triste che si aggrappa su una fede tanto ingenua quanto fragile per sopravvivere ad un matrimonio disastroso con uno psicopatico che non perde occasione di umiliarla e seviziarla. Il loro incontro è casuale ed esplosivo ma li legherà, nonostante la loro volontà, indissolubilmente.

Niente di originale se non fosse che proprio dall’idea di partire da una storia, apparentemente già sentita, si può capire l’intelligenza di questo autore.

Considine, infatti, già dai primi minuti, con una scena subito shockante, mette in chiaro una cosa con il suo pubblico: quello che state per vedere è un lavoro a cui non siete in alcun modo preparati. Tyrannosaur, infatti, riesce nell’incredibile compito di assimilare l’opera di grandi maestri inglesi come Ken Loach, Jim Sheridan e Mike Leigh e restituire un’opera personale ed estrema che, in qualche modo, li supera tutti. Il film tocca tante corde e cambia talmente tante volte registro, in modo comunque perfetto in fase di scrittura, da impedire allo spettatore di prendere un attimo una boccata d’aria. La pellicola è un film proletario sulle periferie disastrate, un dramma psicologico, una storia d’amore non convenzionale e un racconto di redenzione, tutto condito con alcuni dialoghi degni delle migliori commedie nere british. Sembrerebbe, e oggettivamente lo sarebbe, troppa carne al fuoco per un uomo solo, addirittura al suo primo film. Ciò nonostante il regista (anche sceneggiatore) gestisce tutto con un’esperienza che lascia sbigottiti, non sbagliando nulla, né una scena, né un movimento di macchina, né una battuta, né una soluzione narrativa. Sono troppe le scene che commuovono (il funerale, la “spedizione punitiva” per vendicare un bambino, il finale straziante) come sono troppi i dialoghi che rimangono impressi a fuoco nella mente (il dialogo sulla religione, la lettera in cui Joseph si confessa, lo sfogo di Hannah) per considerare questo prodotto come un colpo di fortuna.

Se serve un’ulteriore prova di stare di fronte ad un grande regista basta vedere la scelta di attori magnifici e la capacità di metterli talmente a proprio agio da far tirare loro fuori delle interpretazioni epocali. Peter Mullan, dunque, rispolvera il suo personaggio del proletario fallito, lo immerge nell’acido e regala un antieroe che, pur commettendo una sequela infinita di azioni terribili, conquista il pubblico, mentre Olivia Colman mette insieme una tale dose dolcezza disarmante e dolore indicibile da far venire i brividi, in un ruolo che vale una carriera. Da non sottovalutare nemmeno l’apporto di Eddie Marsan che si prende sulle spalle un personaggio disgustoso e, solo con qualche scena a disposizione, diventa indimenticabile con quel suo ghigno viscido e malato.

A quanto è stato appena scritto non c’è altro da aggiungere se non che,per chi scrive, questo Tyrannosaur, già da ora, non è solo il film più bello visto al festival, ma soprattutto uno di quei capolavori da portare sempre con se.

doppioschermo

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