Sembra uscita dal Twin Peaks di David Lynch la piccola provincia di Buhl, nell’Idaho, in cui è ambientato l’agghiacciante Magic Valley, opera prima dello sceneggiatore e regista Jaffe Zinn, che aveva prodotto non a caso Frozen river - Fiume di ghiaccio con la straordinaria Melissa Leo. Distese di campi affollati di mucche e laghetti abitati da salmoni, case isolate raggiungibili con suv infangati, fucili sempre a portata di mano e tanto lunghissimo e inquietante silenzio: lo scenario peggiore per una generazione di adolescenti inermi, che reagiscono a una vita senza ossigeno sfidando la morte, riempie lo schermo con la sua immagine tetra sostituendosi all’azione e ai dialoghi.
Quando due fratellini, che trascorrono le loro giornate a travestirsi da cowboy con dinamitardi al posto delle pistole finte come nel più surreale repertorio antifiabesco di Terrence Malick, trovano il corpo di una teenager privo di vita si chiedono cosa fare. Per loro, ingenui e curiosi come ogni bambino dovrebbe essere, la cosa più importante è prendere una pala per darle sepoltura. Quando verranno scoperti, sarà il nonno, sceriffo egoista e impenetrabile, a riconoscere la ragazza, figlia di un brutale allevatore di salmoni e fidanzata con TJ, coetaneo depresso che ha commesso la sera prima un errore madornale.
Lineare come un racconto glaciale, che tiene però abilmente sul filo del rasoio la tensione e l’angoscia dall’inizio alla fine, Magic Valley è un film intenso e toccante. La mano di Zinn è decisa dietro la macchina da presa e, complice la fotografia di Sean Kirby (Lovely, Still), persegue un’estetica dell’immagine al bisturi che ricorda il Gus Van Sant capace di raccontare le inquietudini e le crudeltà degli adolescenti. Le inquadrature si fissano su un ambiente brullo, popolato più da flora e fauna che da esseri umani, e ricostruiscono i fatti del dramma in maniera superficiale. Il profilo psicologico dei protagonisti, accerchiati da misteriosi malesseri, da enigmatiche separazioni e da lutti incombenti, non riesce ad emergere se non parzialmente e ci si chiede se la mera angolazione che vuole la normalità subissata da terribili vie di fuga possa soddisfare l’attesa, crescente dai primi fotogrammi. Bastano le metafore esopiche (i cavalli che si liberano come i due non protagonisti, lei morta, lui quasi), i confronti generazionali che lasciano intravedere piccoli orrori partoriti dalla noia e l’intensa performance di veterani come Scott Glenn e di giovani come Kyle Gallner (Il messaggero)? Le domande che ci poniamo dopo e durante la visione restano irrisolte mentre sul piano emozionale il film dell’ambizioso Zinn regala un’esperienza rara in sala: che sia questa la magia, anche cupa e oscura, annunciata dal titolo del film: una discesa a metà nei neri abissi delle sue ombre disumane?




