Lunedì, 31 Ottobre 2011 19:49

Poongsan - Recensione

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Da una sceneggiatura di Kim Ki-duk un dramma dal sapore quasi shakespeariano diretto da Juhn Jaihong

Come raccontare l’amore, la gelosia e la cruda insensatezza della violenza? Ci ha riprovato nuovamente Kim Ki-duk con Poongsan, scrivendolo e producendolo, e facendolo dirigere dal suo fidato allievo Juhn Jaihong, già visto dietro la macchina da presa con Beautiful.

Questa volta i ricorrenti temi dello sceneggiatore, si sviluppano nella vicenda di Poongsan (Yoon Kye-Sang), appunto, un coraggioso uomo che per mantenersi trasporta, attraversando il confine tra la Corea del Nord e del Sud, ogni sorta di oggetto o persona che gli vengono richiesti dalle famiglie separate dal pesante conflitto, tramite messaggi lasciati su un muro.

Del silenzioso protagonista non si sa nulla, il suo stesso nome è infatti semplicemente la marca di sigarette che fuma. Cattura perciò l’attenzione dei servizi segreti del Sud che gli commissionano, un po’ diffidenti, il recupero della giovane In-oak (Kim Gyu-Ri), amante di un anziano prigioniero, che la desidera di nuovo con sé, a patto che poi lui scriva una certa relazione per gli agenti di spionaggio. Qui accade l’imprevedibile, perché nel breve lasso di tre ore di fuga, nella sorvegliatissima zona demilitarizzata tra Nord e Sud, i due giovani si innamorano. Ma un amore così come può trovare il suo spazio? Lei deve essere consegnata al suo vecchio e gelosissimo amante, e lui sarà catturato e torturato più e più volte dai servizi segreti di entrambe le fazioni, increduli sulla sua neutralità e, per certi versi, gratuità delle sue “consegne”.

Da tali rumorosi e affollati scenari prende forma questo dramma, dal sapore quasi shakespeariano, con l’incredibile contrasto del costante silenzio del protagonista, unito alla gretta ottusità dei due rivali gruppi politici. Ed è proprio la tenacia muta di Poongsan la risposta.

Molti artisti hanno tentato di dare voce a questa minoranza, nonostante il chiasso del potere e della prevaricazione. E così ha fatto Juhn Jaihong dirigendo questo lavoro del suo maestro. E, a tal proposito, queste le parole dello stesso Kim Ki-duk: "L’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno, è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile".

doppioschermo

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