Hotel Lux - Recensione

Citando Tarantino, Brooks, Chaplin e Lubitsch, il regista tedesco Leander Haussmann realizza con Hotel Lux un’opera composta, ironica, intelligente ma soprattutto originale che fa diventare amici perfino Stalin e Hitler. 

Hans Zeisig, ambiziosa stella del varietà tedesco, ha una passione sfrenata per le donne, che conquista con le sue performance comiche, prima fra tutte la perfetta imitazione di Stalin. La sua amicizia con il collega attore Siggi Meyer, il suo amore per la bella e misteriosa Frida e il suo desiderio di vedere brillare la propria luce anche ad Hollywood, lo portano, quasi suo malgrado, a vestire per la prima volta i panni di un eroe che riesce a sgominare due nemici giurati dell’intera Europa, Hitler e Stalin, e a farli passare per qualche minuto perfino per amici.

Se due anni fa, quando la vendetta imponente di Shosanna fece sgranare gli occhi ai cinefili e ai fan di Quentin Tarantino, Bastardi senza gloria aveva impressionato il grande pubblico consegnando al cinema un potere storiografico senza precedenti -la capacità incredibile di fermare i Nazi- la sorte deve aver giocato uno strano scherzo ai giorni nostri. A riportarci indietro, tra le pagine più dolorose del Novecento, e a mischiare le carte sul tavolo della storia ci pensa adesso proprio un regista tedesco, Leander Haussmann con Hotel Lux. E non dev’essere un caso che nel film, una commedia spassosa e raffinata, siano infilate citazioni tarantiniane, un vezzo caro a chi dell’omaggio cinematografico ha fatto un’arte. Nessun furto però si profila all’orizzonte dei critici pronti a sparare contro i registi: Haussmann mette a punto un’opera composta, ironica, intelligente ma soprattutto originale. Il cineasta, che nel 2010 aveva ottenuto l’Ernst Lubitsch Award per Dinosaurier – Gegen uns seht ihr alt aus!, sa conciliare uno stile visivo moderno con un soggetto che non può non ricordare Lubitsch, appunto. La storia è quella di un teatrante che nella vita non ha mai preso iniziative, viene travolto involontariamente da una serie di equivoci e finisce per sovvertire l’ordine prestabilito delle cose attraverso quella satira dell’immagine che Chaplin per primo seppe cucire addosso a una figura ingombrante come il Fuhrer. Haussmann però non mira a un progetto sovrumano, ma si limita alla sfera individuale del suo protagonista, che non si prende certo la briga di risollevare le sorti del popolo ebreo, ma vuole solo salvarsi la pelle.

I leit motiv dell’amicizia e dell’amore, personificati rispettivamente dai bravi interpreti Jürgen Vogel (L’onda) da Thekla Reuten (In Bruges), si srotolano piacevolmente e marginalmente mentre a risaltare nella narrazione è la scelta coraggiosa di affidare al mestiere dell’attore, capace di confondere gli ossessionati accoliti di due dittatori come Hitler e Stalin, la via di fuga del talentuoso ma codardo Hans Zeisig, un sorprendente Michael Herbig a suo agio in un ruolo che sembra scritto da Mel Brooks. Pesa sulle sue spalle la responsabilità di battute scorrette e raffinate che prendono abilmente in giro ideologie e miti del passato e su quelle del suo furbastro personaggio la salvezza di almeno altre due persone: Haussmann ha il merito di rimediare nel suo cinema il significato del cinema agganciandosi con bravura ai maestri che lo hanno preceduto. L’attore si salva recitando in Hotel Lux. E questa lezione passa dallo schermo allo sguardo dello spettatore mentre l’interprete lo fa ridere con gusto.

Ultima modifica ilMartedì, 01 Novembre 2011 23:08
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