Domenica, 30 Ottobre 2011 19:34

La femme du cinquième - Recensione

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Tra i film in concorso in questo Festival tocca oggi a La femme du cinquième, del regista polacco Pavel Pawlikowski, un viaggio psicologico e ipnotico nei meandri della mente di uno scrittore

La femme du cinquième, del regista polacco Pavel Pawlikowski è un film che non nasconde la sua ambizione di collocarsi in una dimensione d’autore,  è  un viaggio psicologico e ipnotico nei meandri della mente del protagonista, uno scrittore americano (Ethan Hawke), arrivato in Francia per rivedere la figlia.

Purtroppo la moglie lo allontana, per delle strane circostanze che non sono espresse nella storia. Derubato dei suoi bagagli è così costretto a rifugiarsi in una squallida pensione, gestita da un losco individuo e abitata da personaggi di dubbia moralità, collusi con la malavita, con la quale il protagonista avrà spesso modo di scontrarsi.

Le sue giornate scorrono così, lente, tra il tentativo di riconquistare la fiducia e l’amore della sua ex moglie e l’affetto di sua figlia. Tentativo che si compie attraverso lunghe lettere scritte che fungono da fil rouge tra il suo passato e le promesse di un futuro che vorrebbe diverso.

Durante una serata letteraria incontra una donna affascinante (Kristin Scott Thomas), con la quale inizierà ad intrattenere una ‘relazione pericolosa’ e dalla quale troverà rifugio ogni volta che i suoi drammi interiori rischiano di prendere il sopravvento.

Il film è notevole per la grande carica di ambiguità che mantiene, coerente e fino alla fine, senza il minimo accenno a volerla stemperare. Per stessa ammissione del regista in conferenza stampa la volontà era esattamente questa: disorientare lo spettatore, non rispettando le regole del gioco classiche e tacite tra autore e fruitore di un testo.

Un elemento originale tra le scelte registiche l’introduzione all’interno del film di un nocciolo duro di iperrealismo, nonostante l’ingombrante presenza di elementi legati all’immaginazione, a salti creativi della mente.

Attorno a questo nocciolo duro il film si sfilaccia, diventando enigmatico, a tratti via via più sfumati che però non predominano, rimanendo opachi, sfocati, sullo sfondo. Così per gran parte del tempo lo spettatore percepisce la realtà della storia, sapendo che alla fine gli elementi sopra le righe troveranno una giusta collocazione di significato.

Anche se non introduce nulla di originale, visto che la commistione tra elementi magici, conflitti psicologici, blocchi creativi, (pensiamo a film come Shutter Island o The Tenant di Polanski) è ampiamente utilizzata nel cinema, il film in parte funziona, grazie alla sua carica ipnotica (così definita dal regista) che trattiene lo spettatore sin dall’inizio, grazie al crescendo di elementi introdotti di volta in volta e che incuriosiscono, stimolano ad indagare in profondità sulle caratteristiche di questo protagonista così ambiguo, dall’apparenza dolce, dall’animo sospettosamente scuro.

Ma in questa crescita di intensità il film rimane poi sospeso, inchiodato a una parete bianca sulla quale spicca certamente la sua bellezza e delicatezza estetica, ma che non riesce a sopperire alla mancanza di sviluppo di un disegno compiuto.

Gli eccessivi richiami metatestuali, alla perdita di qualcosa (il senno, gli affetti, lo slancio creativo?, simboleggiati dal furto dei suoi bagagli, dal suo assentarsi ‘corporeo’ in alcuni momenti in cui la narrazione si fa estremamente ‘mentale’), alla sua personalità di scrittore (gli insetti, gli elementi naturalistici che appaiono di tanto in tanto in maniera brutale), al suo passato oscuro (l’assenza di messa a fuoco dello sfondo in alcuni momenti particolari che sembrano legati con ciò che lui è stato), il legame morboso con la ‘donna del quinto piano’, sono in realtà espedienti pretestuosi, catalizzatori dello sviluppo di un senso di rifiuto e chiusura dello spettatore, che inizia a staccarsi dalla pellicola.

Il regista ha spiegato la sua scelta nella volontà di trattare temi oscuri della mente come la schizofrenia, la depressione, attraverso il rifiuto di strumenti narrativi tradizionali. Il viaggio della mente fino alla perdita della ragione sono esaltati dal ossimorico confezionamento di una storia comune in maniera spiazzante.

Ciò che resta, però, è questo vuoto, legato a descrizioni troppo superficiali che negano il giusto spessore al protagonista e al suo dramma, che si riduce così ad essere solo una gabbia, una prigione mentale.

In questa scommessa il rischio è proprio questo, che da questa attenta osservazione in cui è impegnato lo spettatore nel tentativo di cogliere tutti gli indizi e nella ricerca estenuante di qualche dettaglio fondamentale alla fine si stanchi di trovarne troppi e nessuno. 

doppioschermo

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