E' un film lieve e a tratti proprio spassoso I primi della lista, tratto da una storia vera, diventata praticamente da subito una sorta di leggenda a Pisa e dintorni, ovvero in quella che è la terra natale di Roan Johnson, sceneggiatore italiano qui al suo primo lungometraggio da regista per il quale stavolta ha al suo fianco il "collega" Renzo Lulli, uno dei tre reali protagonisti della vicenda.
È la storia di una di quelle epiche ed entusiastiche bravate possibili solo a vent'anni, ed è la storia di una giornata, l'1 giugno 1970, quando in Italia, ancora reduce dall'idealismo sessantottino, iniziano a respirarsi le tensioni e il clima di lotta intestina che caratterizzeranno tutto il decennio. A Pisa, Renzo Lulli e Fabio Gismondi, interpretati dagli esordienti Francesco Turbanti e Paolo Cioni, si dividono tra gli esami di maturità e il sogno di esibirsi insieme a Pino Masi (Claudio Santamaria), cantautore pisano che «ha suonato a Parigi», ha da poco fondato il Canzoniere Pisano ed è autore delle canzoni di lotta più famose, come La Ballata del Pinelli. Ma proprio mentre il Lulli sta affrontando il temuto provino dal Masi, nell'appartamento di quest'ultimo arrivano due giornalisti di Roma e con loro la notizia che si prepara un colpo di Stato come quello dei colonnelli greci del 1967. I tre, certi di essersi talmente esposti nei collettivi studenteschi come nelle manifestazioni di piazza da essere inequivocabilmente i primi sulla lista nera dei golpisti, si mettono in viaggio sulla macchina dei genitori del Lulli, pronti a espatriare in Jugoslavia qualora le cose dovessero volgere al peggio. È inevitabile, a questo punto, che la crescente paranoia li porti a scambiare ogni avvistamento militare, da quello dei due carabinieri di campagna fermi con loro al passaggio a livello fino a quello dei militari in viaggio verso Roma per la parata del 2 giugno per la Festa della Repubblica (particolare temporale a cui i tre chiaramente non faranno caso), per un'ulteriore conferma dell'imminenza del colpo di Stato. Ed infine, dopo essere giunti al confine jugoslavo ed essersi lasciati terrorizzare dalle perquisizioni e dal filo spinato, decidono di ripiegare in Austria, dove, con stupore internazionale e ovvie conseguenze diplomatiche, richiedono asilo politico.
Roan Johnson riesce nell'impresa non scontata di mantenere la levità e il tono da commedia, ed insieme una sorta di ambiguo senso di pericolo, tanto che, almeno per un po', anche lo spettatore si lascia convincere dal Masi che un colpo di Stato e di scena potrebbe non essere escluso. Anzi, alcune riflessioni del contestatario cantautore sulla politica italiana, e sulla facilità con cui i suoi connazionali finiscono per accettare di vivere sotto un regime, quasi insinuano dei dubbi sull'effettiva illusorietà del golpe.




