Sabato, 29 Ottobre 2011 17:57

Jesus Henry Christ - Recensione

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Prodotto da una star d'eccezione, Julia Roberts, e con un cast all stars che comprende Michael Sheen e Toni ColletteJesus Henry Christ di Dennis Lee approda a Roma 2011 nella seziona Alice nella città regalando una storia emozionante e rispettosa agli adolescenti. 

Come raccontare temi attuali che coinvolgono problematiche adoloscenziali in un tono non banale e senza prendersi troppo sul serio: Jesus Henry Christ, prodotto da Julia Roberts, è una piacevole scoperta tra le proiezioni della sezione Alice nella Città, dedicata ai ragazzi, di questo Festival di Roma 2011. All'origine era un cortometraggio, premiato tra l'altro nel 2003 con lo Student Academy Award, poi il regista Dennis Lee decide di rivisitare il suo lavoro ed adattarlo agli schermi cinematografici con il supporto della Tribeca Productions, che ha deciso di sostenere la realizzazione della produzione. Gli ingredienti per lo sviluppo di un film davvero originale ci sono tutti: metti una madre femminista (Toni Collette) che decide di avere un figlio in provetta. Metti un docente universitario (Michael Sheen), padre single, intellettuale in crisi, con qualche scheletro nell'armadio. Poi aggiungi due ragazzini, uno espulso per eresia dalla sua scuola a soli 10 anni per aver scritto il saggio "Sulla natura della verità", (Jason Spevack), l'altra di 12 anni, protagonista infelice di un best seller sull'omosessualità (Samantha Weinstein). Ecco che le classiche dinamiche di relazioni e intrecci familiari, così abusate nei filoni filmici dedicati ai ragazzi, si trasformano in percorsi divertenti e meno scontati, attraverso indizi disseminati su post-it colorati.

Henry è un bambino diverso, precoce, geniale. Che si interroga su aspetti della sua vita, in una caccia al tesoro che lo porta a scoprire tanti aspetti del suo passato che non conosceva e che lo aiutano ad aggiungere delle didascalie a quelle foto di famiglia del suo album che sfoglia, ma che sembrano sempre nascondere qualcosa. In questo suo percorso, fatto come da tante polaroid che ripercorrono la sua originale crescita, si trova a soli dieci anni a farsi una domanda difficile, conoscere il nome di suo padre, le proprie origini. Tra battute divertenti, il film si snoda mantenendo costante la sua carica di ironia. ha davvero il grande merito di non scendere a patti con la lacrima facile, nemmeno nei momenti in cui sarebbe stato quasi naturale farlo.

Non una 'favola' ma una 'storia', sincera, che tratta finalmente i ragazzi come un pubblico capace di ascoltare storie diverse e più 'adulte', senza per questo essere aggressivo o inadatto.

doppioschermo

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