Venerdì, 21 Ottobre 2011 17:51

La peggior settimana della mia vita - Recensione

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Ispirato ad un telefilm britannico, il film di Genovesi si inserisce nel filone della commedia pre-nuziale con attori molto bravi ed un ritmo concitato. Ma con i suoi siparietti prevedibili, vola forse un po' troppo basso.

La commedia italiana contemporanea sembra molto affezionata al tema della crisi pre-nuziale. Lo hanno testimoniato, nel passato prossimo, pellicole come Oggi sposi e Il giorno più bello, diventate loro malgrado quasi un manifesto (soprattutto la seconda) delle nevrosi familiari legate ai preparativi delle nozze e ai rapporti stressanti con suoceri invadenti. In questo filone – che promette di ispessirsi anche in futuro – si inserisce l’esordio alla regia di Alessandro Genovesi, che aveva sceneggiato l’ottimo Happy Family di Gabriele Salvatores. Il film si ispira ad una serie britannica del 2004 chiamata The Worst Week of My Life, ed infatti ha deciso di mantenere ed italianizzarne il titolo in un evocativo La peggior settimana della mia vita (quasi in contrapposizione ed estensione iperbolica a quel “giorno più bello” prima citato).

Gli attori sono tutti molto bravi. In particolare, Fabio De Luigi ed Alessandro Siani hanno un’alchimia che sul grande schermo sembra funzionare perfettamente. Ma sono molto in parte anche Cristiana Capotondi, Antonio Catania e Monica Guerritore (in un ruolo finalmente comico senza mezze misure). Inconsistente invece la presenza di Arisa, ormai non più estranea al cinema dopo la sua recente apparizione in Tutta colpa della musica di Ricky Tognazzi ma ancora difficilmente giustificabile in una performance artistica così lontana da quella strettamente canora come appunto la recitazione.

Anche il ritmo è molto buono e i tempi comici non deludono. Ciò che invece delude eccome, ahimè, è proprio la sceneggiatura. La storia, già di per sé stereotipata, è un susseguirsi di gag puerili e passaggi prevedibili, per non parlare di alcuni siparietti trascurabili quando non imbarazzanti. Impossibile in questo senso non pensare alla saga di Ti presento i miei, probabilmente il riferimento cinematografico più diretto del film di Genovesi prima ancora della dichiarata fiction inglese di partenza. E sebbene anche lì lo script giocasse molto su comicità slapstick e situazioni triviali, il risultato di questa risposta italiana è assai meno brillante e molto più provinciale. Unico punto a favore nel parallelismo in questione, la performance di Catania: il suo capofamiglia guardingo ma sfuggente ricorda molto il ruolo di Robert De Niro senza scimmiottarlo.

Un volo decisamente troppo basso per un cinema italiano che ormai non fa altro che piangersi addosso ed anelare incessantemente al lungimirante traguardo dell’esportabilità.

doppioschermo

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