Melancholia - Recensione

Melancholia racconta di “naufragi e morti improvvise” come dice Von Trier, citando lo scrittore danese Tom Kristensen, e queste sembrano nettamente più vere del mondo finto e di plastica in cui viviamo.

Melancholia è un pianeta che si prende gioco della Terra. Nascosto dal sole e scoperto solo recentemente, terminerà la sua folle corsa impattando violentemente sul nostro mondo: il risultato sarà la totale scomparsa di qualsiasi forma di essere vivente. E siccome siamo soli nell'universo, Melancholia sarà la fine di tutto.

Lars Von Trier struttura il suo ultimo film come un'accurata riflessione sulla depressione, la solitudine, la morte. Per far questo, ripropone in apertura, come in Antichrist, una serie di sequenze a rallenty che scivolano sulla musica: un overture di immagini della fine del mondo, sulla musica del Tristano e Isotta di Wagner. L'idea del regista è quella di anticipare la fine del film per poi focalizzarsi sul percorso che attuano i personaggi, lasciandoci frugare nelle loro teste.

La pellicola è divisa in due parti che hanno il nome delle due sorelle protagoniste: Justine (una brava Kirsten Dunst premiata a Cannes) e Claire (Charlotte Gainsbourg). Tutto ha inizio durante il matrimonio di Justine, in un bellissimo castello che si staglia nel mezzo di un immenso campo da golf isolato dal mondo. La giovane sembra felice e radiosa nel giorno del suo matrimonio, ma bastano poche sequenze per capire che quel sorriso - solo di facciata - nasconde il suo vero io cupo e disilluso. Il regista segue i pensieri della protagonista, con la camera a mano la accompagna in tutti i suoi spostamenti, attraverso gli incontri, durante il ricevimento. Justine è un'anima smarrita, non è pronta e mai lo sarà per una vita normale.

Dall'altro lato c'è Claire, con una bella casa, un marito presente e protettivo, un bambino ubbidiente e dolce; è lei che tiene in piedi la famiglia ed è lei che ha organizzato il matrimonio perfetto per Justine, sperando di poterla salvare dalla depressione cronica di cui soffre. Nella seconda parte del film, il focus si stringe proprio intorno a Claire e alla sua paura per la fine del mondo. Gli esperti, compreso il marito, rassicurano la popolazione (inesistente visto che intorno al castello non c'è anima viva) che Melancholia sfiorerà la terra ma non la colpirà. Una sorta di conto alla rovescia caratterizza le ultime sequenze, durante le quali Claire è sempre più ansiosa, mentre Justine, al contrario, subisce il suo stato d'animo arrendevole come consapevolezza di quello che sta per accadere. Il personaggio di Justine è probabilmente la personificazione di Saturno, il pianeta che Lars Von Trier ha ribattezzato Melancholia (si dice che Saturno sia portatore di morte e malinconia) e forse è proprio lei stessa a chiamarlo verso di sé e verso il mondo.

Melancholia racconta di “naufragi e morti improvvise” come dice Von Trier, citando lo scrittore danese Tom Kristensen, e queste sembrano nettamente più vere del mondo finto e di plastica in cui viviamo. In fondo “il mondo è cattivo” (è il mantra che Justine ripete ossessivamente nella seconda metà del film) e se finisse domani non sarebbe poi un'idea così perfidia.

Valentina Tonini del Furia

Copywriter, autrice, giornalista, attrice, dj. Valentina è una personalità eclettica e sì, pure egocentrica (lo si capisce già dalla terza persona di cui si appropria per descriversi). Fin da bambinainaina pretende di essere portata ogni natale al cinema a vedere l’ultimo film Disney. Ne ha 10 quando vede “Nightmare before christmas” e seppur impaurita, non vuole chiudere gli occhi per non perdersi alcun fotogramma. A 12 anni i genitori le propinano “The Untouchables” e dopo la scena della carrozzina, capisce che Kevin Costner sarà l’uomo della sua vita. A 15 anni ha già cambiato idea perché affetta da leonardodicaprite; riuscirà a farsi urlare “shhh” in sala per i troppi singhiozzi durante la visione di “Titanic”. Inizia a recitare a 16 anni, prima per sfondare quel nido di insicurezze che si porta dietro ogni adolescente, poi perché non può più farne a meno. Si iscrive a Lettere con indirizzo Musica e Spettacolo e passa le notti a vedere film in bianco e nero e muti. I genitori preoccupati le staccheranno il videoregistratore per qualche giorno. Appena trova un modo per accreditarsi come studentessa, s’imbarca alla volta di Venezia, incuriosita dalla possibilità di respirare il festival non più attraverso uno schermo. E’ un colpo di fulmine. Come quello per “Time”, “Film Blu”, “Colazione da Tiffany”, “Almost famous” e “Jeux d'enfants”. Raramente trova qualcosa che la faccia ridere di gusto, fatta eccezione per “Bring it, baby”, “Play it again, Sam”, “Nine month” e “Meet the parents”, pellicole che ha visto una decina di volte ciascuna e per cui rotola sistematicamente giù dal divano per le risate. Ama visceralmente Charlie Chaplin, di cui ha stampe su ogni superficie di casa. Tra Godard e Truffaut preferisce nettamente il secondo perché è l’unico a esser capace di raccontare la malinconia senza farla sembrare un sentimento banale. Crede che Lynch e Lars Von Trier siano due visionari come pochi altri registi contemporanei. “C’era una volta in America” è senza dubbio la Bibbia del cinema, mentre gli horror e i cine-panettoni li userebbe volentieri per pulirsi il naso. Ogni tanto rivede il video in cui Benigni vince l’oscar per “La vita è bella” e sistematicamente si commuove. Ama l’Italia, la musica, viaggiare in macchina, leggere prima di andare a dormire, gli avverbi che finiscono in “mente”, le conversazioni all’alba, le parole che non conosce e ovviamente... la magia delle sale buie.

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