Mercoledì, 19 Ottobre 2011 19:36

Falene - Recensione

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Un'attesa notturna dal sapore drammaturgico, animata egregiamente dai bravissimi Paolo Sassanelli e Totò Onnis. Speriamo che abbia la visibilità che merita

Negli ultimi tempi, il cinema sembra aver riscoperto il potenziale che un’impostazione drammaturgica può offrire di fronte alla macchina da presa. Com’era successo, fra gli anni 90 e 2000, con bla-bla movie statici come lo spinto Sesso bugie e videotape, il filosofico The big Kahuna, lo sboccato Clerks o il romantico Una relazione privata (senza considerare il filone tarantiniano, che è riuscito ad applicare una slangata logorrea d’autore anche in contesti pulp e noir), ultimamente film come Carnage di Polanski o Una separazione di Asghar Farhadi – e persino operazioni televisive dall’impianto evidentemente teatrale come l’americano (prima ancora iraniano) In treatment o molta produzione britannica recente – hanno fatto della staticità tipica del palcoscenico il loro punto di forza. E’ questo anche il caso di Falene di Andrés Arce Maldonado, regista nato in Colombia ma naturalizzato italiano.

L’intero film si regge, per tutta la sua breve durata, sulla forza dei due unici attori protagonisti: Totò Onnis e Paolo Sassanelli. Altri volti e corpi si intravedono solo per pochi secondi in alcuni precisi momenti, e la loro presenza si può considerare totalmente trascurabile nell’economia totale del racconto. La storia di questa attesa notturna, vissuta in una sperduta striscia di molo di un paesino della costa pugliese da parte di due quarantenni senza cultura e prospettive ricorda molto le atmosfere beckettiane di Aspettando Godot, sebbene la pellicola contenga anche citazioni di Brecht ed una dedica finale ad Harold Pinter (a riprova del fatto che l’origine teatrale del testo, oltre ad essere dichiarata, viene orgogliosamente mantenuta sia nelle intenzioni che nello stile). L’idea di far recitare i due bravissimi attori in pugliese - sebbene non una variante strettissima - restituisce un aroma di verosimiglianza molto sentito, il quale accompagna la mimica ed i discorsi dei due amici in una linea temporale reale che intende simulare quasi una presa diretta spiata senza interruzioni (e intervallata da qualche raro ricordo o momento onirico). Peccato per il finale, il cui calcato ed allegorico melodramma stona un po’ con i toni realistici mantenuti fino a pochi minuti prima.

Un bell’esperimento, comunque, al quale va il sincero augurio di una visibilità adeguata a fronte del ben più reale pericolo di affossamento nell’oceano delle prepotenti proposte in sala.

doppioschermo

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