Per uno dei pochi cineasti italiani apprezzati all’estero, probabilmente il passaggio alla regia di un progetto dal respiro internazionale era un passo breve. Era successo anni fa a Gabriele Muccino, con La ricerca della felicità, e adesso è il turno di Paolo Sorrentino.
Il regista de Il divo e de Le conseguenze dell’amore in realtà non ha girato per una produzione americana. Ha però deciso di fare della sua nuova fatica cinematografica un film che potesse varcare gli angusti confini nazionali. E così This must be the place può vantare attori importanti della scena statunitense come il protagonista Sean Penn e la brava Frances McDormand (amata presenza nella filmografia dei fratelli Coen), la collaborazione musicale e recitativa di David Byrne, le location suggestive offerte dalle ambientazioni americana ed irlandese. La storia, più vicina al sapore intimista delle opere sorrentiniane pre-Divo, racconta del viaggio di una rockstar in declino alla ricerca di un criminale nazista che aveva torturato suo padre durante la prigionia di quest’ultimo in un campo di concentramento.
In realtà This must be the place si potrebbe considerare composto da due film distinti. Il primo, che corrisponde grossomodo alla prima metà del film, traccia il ritratto di un “divo” ormai stanco, visivamente provato - anche nel fisico - da un passato di eccessi ed eventi traumatici, che cerca di affrontare la sua quotidianità sospeso tra il filo di ricordi spiacevoli ed una generale apatia di fondo, coccolato dall’amore di una moglie ironica e paziente che le fa da amica, amante e madre. Il secondo, invece, che prende il via solo nella seconda parte, è un road movie che si muove sul drammatico terreno della shoah e che ricorda, per alcuni tratti grotteschi, sia lo schreiberiano Ogni cosa è illuminata che il lynchiano Una storia vera. L’effetto finale non è del tutto straniante, ma dà l’impressione di stare assistendo ad una improvvisa virata di sceneggiatura che cerca di dare maggiore spessore e complessità ad un personaggio in realtà già perfetto e compiuto nel suo originario universo di riferimento. Anche i movimenti e gli incontri che Cheyenne fa lungo il suo cammino sembrano più didascalici che coerenti, rendendo il suo viaggio di formazione meno commovente o edificante di quanto non sperasse di sembrare.
Si tratta comunque di un buon film, con un regia solida e degli attori favolosi (Penn qui un’interpretazione a dir poco magistrale). Probabilmente non l’opera più ispirata di Sorrentino, ma di sicuro quello che consacrerà definitivamente il suo successo sulla scena mondiale.




