“Cristo si è fermato a Galway.” Parafrasando Carlo Levi, è questo il primo pensiero che deve passare per la testa a Wendell Everett (Don Cheadle), inflessibile agente dell’Fbi, in missione in Irlanda per sgominare una banda di narcotrafficanti. Per sua sfortuna, invece di trovarsi tra i locali di Dublino o nei campi di quadrifoglio da cartolina, viene catapultano da tutt’altra parte: in Connemara. Zona selvaggia, desolata, dove la gente parla solo gaelico (“se vuoi parlare inglese, vattene in Inghilterra”), si diffida dall’uomo nero venuto dall’America e si passano le giornate in squallidi pub tra una pinta e un whiskey. Questa regione dimenticata da Dio, inoltre, ha uno “sceriffo” particolare, con cui l’agente Everett deve suo malgrado fare i conti. Il sergente Gerry Boyle (Brendan Gleeson) infatti è tutto tranne che un poliziotto modello. Ex nuotatore olimpico (cosi almeno dice lui), dotato di una cultura insospettabile, passa le sue giornate bevendo, frequentando prostitute, dando una mano all’Ira quando serve e se ci scappa assaggiando qualche droga. Dotato di un senso dell’humour totalmente fuori luogo e trascinato in un’esistenza abbastanza squallida (tra sogni di una futura famiglia e una mamma malata terminale) il bizzarro poliziotto suo malgrado deve aiutare il suo collega americano per riportare la pace nel suo territorio.
Come si capisce dalla trama, sulla carta, Un poliziotto da Happy Hour (assurda traduzione del più efficace The Guard, che sarebbe suonato meglio come “Lo sbirro”) aveva tutte le carte in regola, pur non brillando di originalità. per essere un piccolo gioiello di comicità. E molte promesse sono comunque mantenute. L’ambientazione è perfetta (ma quando si gira in Irlanda è impossibile il contrario) al pari della scelta del cast. I villains interpretati da Liam Cunningham (con lui da vedere assolutamente Hunger) e Mark Strong (ormai inflazionato nel ruolo del malavitoso) sono simpatici e un Don Cheadle così convincente, con il suo sguardo malinconico, non si vedeva da Crash di Paul Haggis. La parte del leone però tocca ad un immenso Brendan Gleeson. L’attore irlandese, troppo spesso immischiato in ruoli da caratterista, specie nelle produzioni hollywoodiane, coglie al volo l’opportunità da protagonista e da tutto se stesso nel ruolo. Gleeson, infatti, regala al suo sergente Boyle le smorfie, gli sbuffi, i sorrisi a trentadue denti e gli sguardi persi nel vuoto che a volte hanno appesantito altre sue interpretazioni ma che qui sono quanto mai efficaci. I veri problemi arrivano quando tocca valutare il lavoro dell’autore del film. La mano dell’esordiente John Michael McDonagh (fratello del regista di In Bruges, altra commedia nera irlandese) è quanto mai incerta. Come regista nonostante, tra attori e ambientazioni, l’enorme potenziale svolge un compitino alquanto anonimo, non osando mai nulla e spesso adagiandosi su una mediocre sufficienza (e se si pensa ai tanti esordi straordinari inglesi, un “irlandofilo” come chi scrive non può che rattristarsene). Per quanto riguarda la sceneggiatura, invece, lo script oltre alla caratterizzazione del protagonista e un finale non scontato, ha pochi elementi per i quali esaltarsi. Forse schiacciato dall’esempio del fratello (che con il già citato In Bruges, oltre a fare un lavoro intelligente ha ottenuto una nomination all’Oscar) non trova il giusto mezzo tra un cinismo esagerato e battute spesso pretestuose (specie quando non dette da Gleeson).
Per concludere non si può negare di essere di fronte ad un’occasione mancata, utile però per gustarsi la grande performance di un attore spesso sottovalutato. Adattamento italiano permettendo.




