Sabato, 08 Ottobre 2011 00:04

L'amore fa male - Recensione

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Male. Da Màlus, cattivo, pravo, nocevole, ciò che nuoce ed è contrario alla virtù, al benessere, al dovere, alla convenienza.

Male. Da Màlus, cattivo, pravo, nocevole, ciò che nuoce ed è contrario alla virtù, al benessere, al dovere, alla convenienza.

Riportando fedelmente la definizione etimologica del termine “male”, rispetto al quale il film di Mirka Viola risulta essere parzialmente omonimo, non si riesce ad allontanare la tentazione di sottolineare quanto il suo racconto – intriso di stereotipi e di un aberrante immaginario piccolo-borghese  – rispecchi perfettamente il significato intrinseco di questa preziosa e antica parola, scomodata ingiustamente al servizio di una storia che non ha carne e personaggi, una serie di vicende intrecciate tra loro che non hanno linfa e verità e che, diciamolo, un po’ male lo fanno davvero.

Germana (Stefania Rocca), attrice disoccupata e madre dell’introversa Monica, vuole fare l’attrice. E’ una donna idealista e svampita, da otto anni amante di Massimo (Claudio Bigagli), un ricco avvocato molto più grande di lei, intrappolato in una famiglia che non riesce a lasciare. Un giorno per caso, Germana incontra Gianmarco (Paolo Briguglia), giovane creativo in carriera, col quale instaura una relazione, inconsapevole del fatto che anche l’uomo è sposato e padre di un bimbo piccolo. Intanto l’amica Elisabetta (Nicole Grimaudo), giovane medico in crisi col marito Aldo (Stefano Dionisi), del quale ignora l’omosessualità, invita Germana a fare un viaggio in Sicilia. Durante la vacanza tra le due donne si rinsalda il rapporto di amicizia, proprio mentre affiorano per entrambe una serie di verità inaspettate.

L’amore fa male, opera prima della regista Mirka Viola – già modella, conduttrice, attrice di fotoromanzi e quasi Miss Italia 1987 (il titolo le era stato revocato perché, contrariamente a quanto prevede il regolamento del concorso, la giovane diciannovenne era già sposata) – affronta il tema delle disillusioni sentimentali, in un mosaico di storie estrapolate forzatamente dagli attuali disagi coniugali, proponendo la nostalgica riflessione rivolta all’Italia dei nonni e delle coppie serene di una volta, degli uomini che non tradivano e delle donne che badavano amorosamente al focolare.

La crisi della coppia è la tesi di un film impresso in chilometri di pellicola che sembra non avanzare mai, in cui la recitazione è ostacolata da dialoghi poco verosimili, da una fotografia sbrigativa, da situazioni prevedibili e scontate che, pur volendo porre l’attenzione sulle cause che portano alla corruzione dei sentimenti, dell’amore, della fedeltà, non riescono ad andare al di là dei semplicismi e delle considerazioni affrettate e superficiali sui significati di onestà, desiderio e libertà.

Il film risulta sorretto precariamente da un qualunquismo di fondo, da una visione stanca e pigra, mirata alle problematiche sociali che vorrebbero giustificare l’esistenza di personaggi disorientati e disorientanti, ma che in realtà appaiono totalmente prive di solidità analitica, attraverso l’esercizio un po’ ingenuo del mettere nella bocca degli attori frasi-chiave stantie e già sentite: “c’è la crisi”, “non ho il coraggio di dirle che sono omosessuale”, “non ho la forza per scappare di casa”.

L’amore fa male è la dimostrazione di un cinema italiano che fa finta di pensare, che fa finta di raccontare, che fa finta di vedere e che, diciamolo ancora una volta, un po’ male lo fa davvero.

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