Mercoledì, 05 Ottobre 2011 11:50

Final Destination 5 - Recensione

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Avvincente sequel della saga delle fatalità, questo quinto capitolo introduce una novità interessante nella corsa contro la Morte. E riesce a divertire ed intrattenere con incidenti sempre più spettacolari, fino ad un finale a sorpresa da applauso

La premonizione di un ragazzo sbigottito che sventa un disastro tra l’incredulità dei suoi compagni e il successivo piano della Morte per riprendersi tutti i sopravvissuti secondo uno schema ben preciso, con trappole mortali mascherate da sciagurati incidenti quotidiani. Sembra la sinossi del primo, ormai lontano, film della saga, datato 2000, ma si tratta invece di un breve riassunto di Final Destination 5.

Con un cast proveniente dall’universo seriale (anche dalla soap opera, vista la presenza della Steffy di Beautiful) e la direzione di Steven Quale, che ha lavorato come regista di seconda unità con James Cameron in Titanic e Avatar, torna così al cinema la fortunata saga del gioco al massacro della Morte, che dimostra ancora una volta di essere assai poco sportiva e di non ammettere prese in giro. Tuttavia, in questo quinto capitolo, si introduce una variante interessante, ovvero la possibilità reale di sfuggire alla corsa contro la Mietitrice con un’alternativa atroce: sacrificare la vita di qualcuno al proprio posto per rubare i suoi rimanenti anni di vita. All’angosciante attesa di fatalità improbabili e spettacolari si aggiunge così il proverbiale “seme del dubbio” tra i vecchi amici, che non possono così fidarsi l’uno dell’altro.

Come ogni serie horror di ogni epoca, c’è chi riteneva stanca la saga di Final Destination già al terzo capitolo – in effetti il meno avvincente -. Tuttavia, arrivati a quota 5, la produzione ha deciso di rilanciare l’idea iniziale con trovate ed incidenti sempre più sofisticati e spaventosi (davvero al cardiopalma la sequenza della morte in palestra, soprattutto per la sua micidiale conclusione). Non siamo propriamente dalle parti del torture porn alla Hostel o Saw, ma di certo le dinamiche dei decessi riescono a raggiungere un certo realismo splatter anche qui. E ad appesantire il senso di angoscia, si insinua la tensione dovuta al “giallo della trappola” che porta lo spettatore ad essere ignaro fino all’ultimo su quello che sarà il momento fatale e a poter solo raccogliere indizi inquietanti durante la scena (struttura poi ripresa per le aperture degli episodi televisivi di Dr House e del defunto Six Feet Under).

Molto bello e ad effetto anche il finale del film, e per evitare spoiler non diremo altro. Solo un grazie di cuore a chi ha deciso di mantenere la numerazione progressiva anche per questo sequel, invece di ripiegare sulla moda ormai passata di “annullarla”.

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doppioschermo

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