L’amicizia tra un ragazzo problematico che continua ad imbucarsi ai funerali di gente sconosciuta ed una ragazza vivace e curiosa condannata a morte da un tumore maligno. A livello narrativo, un vero e proprio terreno minato in cui muoversi, tanto più se i toni di una storia - per definizione -drammatica come questa meritassero di essere stemperati da momenti più leggeri. Tuttavia Gus Van Sant, amato e odiato per il suo stile di solito essenziale e “dogmatico”, è sempre stato un regista potente. I suoi lavori precedenti, soprattutto quelli dallo stile più asciutto e dai tempi lunghissimi come Elephant, Last days o Paranoid Park, avevano disturbato ed estenuato il suo pubblico per il realismo quasi documentaristico di storie – o meglio frammenti di esse – alienanti ed alienate. E la sua ultima opera, pur avendo uno stile ed una freschezza molto diversi dai titoli appena citati, è di una forza indiscutibile.
Il titolo originale è Restless, “irrequieto” (letteralmente anche “senza riposo”, in contrapposizione al temuto e atteso riposo eterno che aleggia sull’intero film), ma per una scelta più di assonanza che di senso è stato adattato qui da noi con un ben più banale L’amore che resta. Van Sant dirige su sceneggiatura di Jason Lew (già attore nell’apprezzato The Experiment) e musiche del bravissimo Danny Elfman, che riesce a costruire una colonna sonora tenera e malinconica senza pesantezze o eccessi drammatici. I due attori protagonisti sono bravissimi. Uno è il giovane Henry Hopper, che esordisce al cinema con questo film e già colpisce moltissimo sia per la sua intensità interpretativa che per le connotazioni abilmente sfumate che riesce a dare al dissociato Enoch. Lei è invece la lanciatissima Mia Wasikowska, che ha segnato il passaggio dalla tv (In treatment) al grande schermo con scelte intelligenti e personaggi assai diversi tra di loro.
Restless rimane, ad ora, forse il film più poetico e delicato di Gus Van Sant, che riesce ad affacciarsi sui due più grandi - e ancora mai metabolizzati - tabù della società occidentale, la malattia e la morte, dalla ringhiera di una toccante (forse un po’ lugubre) storia d’amore, senza sporgersi troppo e senza mai dimenticare il vuoto immenso – metafisico ed emotivo - che c’è sotto di essa.




