Che Jaques Audiard, da almeno un paio d’anni a questa parte, sia considerato uno dei registi francesi di maggior talento non è una cosa ormai risaputa. Ora, però, dopo Il profeta, rischia di salire senz’altro nell’Olimpo dei grandi autori europei. Malik El Djebena è solo un ragazzo arabo quando entra in carcere. Non conosce nessuno e non ha amici, e per questo motivo viene obbligato dal leader della gang corsa a servire per lui in svariati incarichi. Grazie però al suo talento e alla sua volontà di crescere, Malik diverrà forte, arrivando ad elaborare una propria strategia di dominio. Se da un lato la trama appare non solo già vista ma addirittura banale – trattando l’ascesa di un uomo – il film diventa invece un piccolo gioiello per l’estrema libertà di cui si avvale Audiard, vero e proprio autore dell’anarchia. Ad una narrazione degli eventi egli allega la suggestione che questi hanno sul suo personaggio, arrivando a scene mistiche, tanto visionarie quanto estreme nell’esibire le emozioni del protagonista, accompagnato più volte dal fantasma di un uomo a cui ha tolto la vita. La rappresentazione del carcere è più spaventosa di qualsiasi prison movie visto in precedenza: come dice lo stesso regista in un’intervista, “i detenuti del mio film non hanno muscoli, non sono neanche granchè adatti a quell’ambiente ma paradossalmente riescono a sviluppare delle qualità che permettono loro di emergere e dominare sugli altri”. La capacità di adattamento di Malik è un viaggio nell’evoluzione dell’uomo, una riscoperta – quasi darwiniana – delle possibilità dell’essere umano. Qui l’eroe non è buono, non è compassionevole, non è giusto. E tanto più quindi ha senso il suo tragitto, il suo sviluppo dall’ultimo dei disadattati che lotta per restare in vita, fino a giungere al dominio
Ciò che stupisce più di tutto è l’estremo svincolamento dai cliché di ogni tipo, a partire dalla caratterizzazione di un mondo – quello carcerario – e finendo sullo stile narrativo, un vero e proprio monumento alla libertà di un regista, che si avvale di ogni sorta di tecnica, dalla limitazione in digitale del campo visivo, a l’inserimento di titoli introduttivi, ai ralenti estremi. Non vi sono ripetizioni di tecniche, ogni sequenza segue un suo fluire intimo, ogni parabola ha i suoi segreti e i suoi momenti di allucinazione visiva. Nessun intervento a carattere pedagogico nel film, eppure la costruzione del mondo appare tanto reale da fare effettivamente agghiacciare la pelle. Su tutti, il re della prigione, il corso Cèsar Luciani, neo padrino del giorno d’oggi. Malik si deve aggrappare a lui per sopravvivere, venendo sfruttato come una serva. Ma il desiderio di crescere lo porterà, in fine, ad essere completamente autonomo, e, nel suo piccolo, grande. Suggestivo. Potente. Dolce a tratti. Questo film è destinato – specie grazie a magnifiche trovate visive – a divenire un classico, il primo da molto che può sinceramente vantarsi di aver creato un proprio linguaggio. .
Ciò che stupisce più di tutto è l’estremo svincolamento dai cliché di ogni tipo, a partire dalla caratterizzazione di un mondo – quello carcerario – e finendo sullo stile narrativo, un vero e proprio monumento alla libertà di un regista, che si avvale di ogni sorta di tecnica, dalla limitazione in digitale del campo visivo, a l’inserimento di titoli introduttivi, ai ralenti estremi. Non vi sono ripetizioni di tecniche, ogni sequenza segue un suo fluire intimo, ogni parabola ha i suoi segreti e i suoi momenti di allucinazione visiva. Nessun intervento a carattere pedagogico nel film, eppure la costruzione del mondo appare tanto reale da fare effettivamente agghiacciare la pelle. Su tutti, il re della prigione, il corso Cèsar Luciani, neo padrino del giorno d’oggi. Malik si deve aggrappare a lui per sopravvivere, venendo sfruttato come una serva. Ma il desiderio di crescere lo porterà, in fine, ad essere completamente autonomo, e, nel suo piccolo, grande. Suggestivo. Potente. Dolce a tratti. Questo film è destinato – specie grazie a magnifiche trovate visive – a divenire un classico, il primo da molto che può sinceramente vantarsi di aver creato un proprio linguaggio. .Articoli dello stesso autore:
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