La vita che trascorre tra il 1913 e il 1914 in un villaggio protestante della Germania settentrionale è il tracciato chiaroscurale di gerarchie famigliari e sociali nel dominio di un barone avido (Ulrich Tukur). Tutti i volti appaiono come maschere fisse di una tragedia nascosta dietro riprese che non indagano oltre un muro o una tenda, ma attraversano nugoli di mosche e non detti, tendono l’enigma del film inseguendo una cadenza soffocante. A scatenarlo, la prima trappola quasi mortale di un filo da pesca sospeso tra due tronchi. Ne è vittima il dottore (Rainer Bock), che ogni mattina percorre a cavallo lo stesso tratto di strada. La serie di fatti inspiegabili prosegue con la regolarità pressoché meccanica dell’anno breve che precede l’attentato a Sarajevo all’erede al trono d’Austria ed è narrato dalla voce anziana del maestro del villaggio (Christian Friedel), sopravvissuto a quei riti punitivi rimasti insoluti. La monotonia delle vite che nascondono soprusi e legami domestici insani di fronte all’esplodere delle ribellioni dei braccianti si sedimenta nell’attesa comune di una soluzione del rebus criminale perpetuato, dopo il caso del dottore, dalla morte di una contadina, dal rogo di un granaio e da episodi di violenza e vendetta culminati con le sevizie al figlio down della levatrice (Susanne Lothar) e amante ripudiata del dottore. Vi si oppone il candore amorevole di Eva (Leonie Benesch), ex bambinaia del barone, e del maestro, che non a caso è anche direttore del coro di voci bianche. Proprio di quelle voci si alimentano il mistero e l’impronta nera della pellicola di Haneke, vincitore della Palma d’oro a Cannes.
ILa fotografia, strumento ad arte delle ottusità e violenze, si affianca a una sceneggiatura - scritta dal regista, già premiato a Cannes nel 2001 per La pianista, in collaborazione con Carriere - dove anche la precisione verbale definisce rapporti brutalizzati da una logica malata e assolutista che, come una ruota, avanza investendo a turno le vite. Si susseguono così con lentezza da stillicidio e morbosità invasiva, vessazioni, abusi e bigottismi feroci che ingabbiano chiunque. Adulti e bambini, uomini e donne ne escono delineati da partiture di sguardi pittorici, primissimi piani, fierezze e ingombranze fisiche che servono da premonizione. Unica isola onesta, proprio quella cornice del maestro e della bambinaia immersi in sequenze di luce. Tuttavia, ogni nucleo, compreso quello di Eva, è contaminato da un germe di inferiorità su cui svetta un capofamiglia, un “Signor Padre”. Una coltre di oppressione di cui quel nastro bianco, che il pastore (Burghart Klaussner) impone di indossare ai propri figli per fare mostra della purezza che non hanno, è forse manifesto non troppo muto di un futuro prossimo alle politiche del Volk. Di una ruota mondiale di cui si leggono i prodromi nel metodico villaggio tedesco.Articoli dello stesso autore:
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