Mateo Blanco, sceneggiatore di discreto successo, è cieco da quattordici anni per un incidente d'auto; da allora si fa chiamare con il solo pseudonimo di Harry Cain e le uniche persone a stargli vicino sono Judit, fedele segretaria di produzione, e il di lei figlio Diego, che lo assiste e gli fa da dattilografo. Ricoverato una sera in ospedale, Diego chiede a Mateo di raccontargli la storia del suo incidente.Troppa cinefilia può far danni? E' la seconda volta in meno di due mesi che ci ritroviamo a farci la stessa domanda, la seconda volta dopo che i Bastardi senza gloria di Tarantino già ci avevano messo la pulce nell'orecchio. La straordinaria, quasi carnale, passione per la settima arte da parte di Q.T. annullava qualsiasi sospetto di snobismo o autoreferenzialità; l'intento di Tarantino era essenzialmente quello di esaltare il cinema come "unica igiene del mondo", in una concezione futurista della celluloide, che riscriveva la Storia e addirittura ne era giudice ed esecutore. E Almodòvar? Si esce dal cinema con la poco gradevole sensazione di aver assistito al suo peggior lavoro da molti anni (almeno un decennio) a questa parte: un fim stonato, addirittura freddo (una bestemmia per il regista manchebo), dalla melodrammaticità costruita e di rado sinceramente autentica. Tutto ciò che è caliente, emozionante, carico di pathos proviene dall'altrove: una scena di Viaggio in Italia di Rossellini, una caduta dalle scale à la Via col vento e altro ancora in un'opera traboccante di citazioni cinematografiche. L'amore per il cinema in ogni suo aspetto (persino il making of, del quale - non a torto - Almodòvar rivendica dignità artistica, consapevole che il riprendere e l'osservare gli attori appena fuori dal lavoro possa essere foriero di altrettante storie) non si discute e non è neanche da biasimare; ma si ha la forte impressione che l'omaggio appassionato all'arte di Talia (ormai un "must" per quasi tutti i registi; il resto della vita è così tanto difficile da raccontare?) nasconda un vuoto di creatività; la rifrittura finale di "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", la scena più divertente del film, sembra così - più che un ammiccamento o un'ulteriore auto-citazione - freudianamente un sospiro nostalgico nel ricordo del Pedro che fu. Tecnicamente ineccepibile e ricco anche di notevoli virtuosismi di sceneggiatura (l'impagabile Lola Duenas lettrice di labiali, Penelope che doppia se stessa) che tuttavia non riescono a fondersi in una struttura di più ampio respiro che esuli dal solito schema di melodramma a flashback, Gli abbracci spezzati è un'opera di buon valore assoluto, dacché Pedro ha ancora molto da insegnare a tutti i livelli (la divertente e sfacciata catarsi finale, meravigliosamente sottotono, grande scena comica); ma che a noi almodovariani della prima ora lascia in bocca il sapore dolciastro del rimpianto.
Articoli dello stesso autore:
Articoli correlati: