www.doppioschermo.it

Dieci inverni

Dieci inverni

Dieci inverni, l’opera prima di Valerio Mieli, è un film delicato e leggero, gentile anche se alla fine sembra duri più a lungo di 90 minuti. Forse per la sua lentezza romantica, forse perché accadono, anche se non sembra, un sacco di cose.

Il film è stato presentato a Venezia in una nuova sezione, sportivamente intitolata ‘Controcampo Italiano’ e ha ricevuto alcuni minuti di applausi. Il pubblico di Venezia, si sa, è particolare, quindi ci si deve accingere a vedere il film senza pregiudizio alcuno.

La storia è quella di due ragazzi che si incontrano per caso proprio nell’umida Venezia e che per dieci anni si avvicinano e si allontanano senza essere mai davvero solo amici e senza essere concretamente qualcosa di più. Lui non sa ancora cosa fare a Venezia. Lei ha le idee chiare: studiare slavistica. Lui la vede e la insegue. Lei, pur notandolo, non fa mai il primo passo. C’è un grande affetto tra loro, da subito. Ed è visibile, quasi tangibile. La sequenza del loro incontro è fiabesca, l’approccio tra i due quasi incredibile. Le loro storie prendono strade diverse, strade che poi si incrociano solo per separarsi di nuovo.

È una storia in cui ci si può riconoscere, un’amicizia così può essere capitata a chiunque di noi, e per questo il film è così vicino e così vero. È sicuramente la scrittura il grande pregio del film, non per niente la sceneggiatura ha vinto nel 2007 il prestigioso premio Solinas. È la scrittura il grande pregio perché molti film italiani mancano proprio di quella verità e di quell’equilibrio che invece questo film possiede.

Ma se la scrittura è una base forte, a supportarla ci sono due bravi attori. Soprattutto Michele Riondino, che incarna perfettamente la figura dell’uomo dalla ‘mente semplice’, ma che sa esattamente quello che vuole e che per anni non cambia idea. Isabella Ragonese, meno brava in questa prova di quanto lo era stata nel meno bello Tutta la vita davanti, incarna invece la donna che crede di sapere quello che vuole, ma che alla fine si perde in strade che non le appartengono e in cui non si sente a suo agio. Silvestro e Camilla sono due figure, non due stereotipi. Descrivono due storie di giovani che si conoscono a vent’anni, ma che alla fine del film ne hanno trenta e sembrano affatto cambiati, come succede a molti, di non capire cosa è cambiato dai 20 ai 30, ma qualcosa di cambiato c’è. Per fortuna non ci sono crisi, non ci sono tagli di capelli, barbe incolte. Dieci inverni non sono sempre così tanti.

C’è del buono in questo film, anche quando ci sono sequenze pericolosamente già viste (la più bella, quella delle voci che si sovrappongono e la meno bella - nel prefinale - quando i due protagonisti sono nella stessa piazza e non si vedono); c’è del buono perché anche queste sequenze sembrano nuove, perché lo sguardo lo è. E poi ci sono i dieci inverni, la cui struttura ha in sé più un’idea di montaggio che di ‘quadro’. (Certo anche produttivamente è stato più facile saltare le estati visto che si è girato in 8 settimane). Il film ne trae un ritmo e un respiro particolarissimo, perché non si sa mai come ritroveremo i protagonisti l’inverno successivo e infatti si resta sempre piacevolmente sorpresi dalle ellissi temporali.

Bellissimo il cameo (nemmeno tanto piccolo) di Vinicio Capossela con una canzone stupenda che sembra fatta apposta per il film. Ma la musica tutta risulta piacevole, quasi sempre discreta, che si compie pienamente solo in alcuni momenti del film, dando ancora più valore alle parole di Capossela sul primo abbraccio dei protagonisti.

Piccola nota: ci sono più volte anche nelle prime volte. Il CSC ci aveva già provato con un lungometraggio intitolato Ma che ci faccio qui!, anni fa, con il supporto di Raicinema e dell’Isituto Luce. Ma quella era un’altra storia.
Articoli correlati:

Aggiungi commento


Codice di sicurezza


Aggiorna