Juan, una giovane guardia carceraria, si ritrova, ancor prima di aver preso servizio, coinvolto in una sanguinosa rivolta nel braccio più violento del carcere. Giocando d’astuzia, riesce a farsi passare per un nuovo detenuto e a conquistare la fiducia del gruppo di rivoltosi. L’insurrezione, però, avrà serie conseguenze anche al di fuori dal carcere, dove Juan è atteso dalla moglie incinta.
Cella 211 è un film dall’impatto visivo violento ed efficace che cerca di giocare sull’effetto che alcune situazioni estreme sono in grado suscitare sullo spettatore. Grazie a una costante tensione, derivata in gran parte dall’aver a cuore le sorti della povera guardia, vittima innocente al principio e carnefice poi, non si ha mai l’impressione che il tono e il ritmo vadano calando.
Se da un lato, però, il film convince nella carica energica e visiva, dall’altro ne paga le conseguenze concentrandosi su un’eccessiva estremizzazione delle situazioni, che hanno un che di fortemente costruito a tavolino, mai naturale. Non è la prima volta che una rivolta carceraria passa sullo schermo – senza contare le numerose serie tv – e nella rappresentazione di Daniel Monzón, qui alla sua quarta opera, non si riscontra nulla di veramente nuovo, se non una lieve introflessione negli aspetti politici del sistema carcerario.
Eppure, nonostante una forzatura nel voler caratterizzare, il tutto funziona grazie una sontuosa amalgama tra le tematiche in ballo, tra una ricerca trattenuta nell’essere politicamente aggressivi e un’involuzione nel melodramma, come il difficile rapporto che si viene a c
creare tra la guardia e il capo della rivolta, Malamadre. È proprio questo rapporto a divenire il punto centrale, alternando una sorta di amicizia ad un’opposizione tra bene e male in stile mitologico.
Il maggior pregio risiede proprio nella carica che una situazione del genere è in grado di suggerire: dall’apprensione per il singolo passiamo ben presto ad una decisamente più collettiva, meno egoista, per l’intera sorte dei carcerati, che col proseguire della vicenda acquista caratteri non solo violenti, ma umani e talvolta comprensibili.
Ma in mezzo a questa potente ed estrema situazione, stonano un tantino i cliché usati per delineare alcuni personaggi, primo fra tutti lo stopposo rapporto di Juan – decisamente attore sottotono rispetto alla profondità necessaria per questo ruolo – con la moglie incinta, elemento comunque insostituibile per ottenere il punto di svolta finale, o conversazioni quasi di routine per il potere all’interno del braccio. Ma questo è il giusto prezzo da pagare per elevare al massimo il fattore intrattenimento.
Vincitore di ben otto premi Goya e candidato all’Oscar come film straniero, il film di Monzòn, pur con le sue pecche “d’alterigia”, è comunque destinato a divenire un cult del prison movie.