Oltre a girare un paio di documentari con i suoi sottomarini robotizzati e creare la serie TV Dark Angel, in questo lungo periodo il regista americano ha dedicato molto tempo al film che sognava di girare fin quando ha lasciato il lavoro di camionista per iniziare la sua carriera nel cinema. Dietro Avatar infatti si cela una lunga gestazione: per costruire l’immaginario pianeta Pandora in cui la storia è ambientata, James Cameron si è fatto aiutare da esperti di botanica, linguistica, astrofisica, archeologia… Con loro ha realizzato una sorta di enciclopedia che descrive flora e fauna del pianeta, gli usi e costumi dei suoi abitanti, la loro lingua. Non tutte le informazioni create in questo modo sono diventate esplicitamente parte del film, ma la loro presenza ha permesso di ottenere un’ambientazione coerente e credibile, per quanto fantastica.
Il secondo motivo per cui Avatar si è fatto attendere così a lungo è che, quando è stato ideato, non esisteva ancora la tecnologia necessaria per rappresentarlo in una pellicola che avesse il livello di realismo che James Cameron voleva raggiungere. Parte di quella tecnologia è stata sviluppata dallo stesso regista negli ultimi anni.
Una montagna di lavoro (e di dollari) investita nella creazione di questo colossal fantascientifico: ne sarà valsa la pena? I commenti che si possono raccogliere all’uscita dalla sala sono fondamentalmente di tre tipi:
.Belli gli effetti speciali, ma la storia è banale e scontata. La solita americanata. .La trama è semplice, ma ha un bel messaggio e gli effetti sono così speciali da renderla comunque coinvolgente.
.Quando esce il 2? Questo film è un’esperienza unica, domani vado a rivederlo.
La prima risposta è quella di chi del cinema ha un’idea precisa e si è presentato di fronte al grande schermo co
n tutto il proprio scetticismo, la propria cultura e una discreta dose di spocchia, scordandosi che un film costato 250 milioni di dollari non può permettersi di essere rivolto solo ai cineasti.
La seconda te la da chi aspettava da tempo di rivivere le emozioni che Cameron gli aveva regalato quando da ragazzino aveva visto film come Terminator, Alien II e Abyss, ma nel frattempo è un po’ cresciuto e ha visto un po’ troppi film per riuscire ancora una volta ad abbandonarsi completamente nelle mani del regista.
L’ultimo commento, invece, è quello della maggior parte degli under 21, e in generale di tutti coloro che, semplicemente, sono riusciti a scordarsi di essere di fronte a un “film evento” di cui si parla da mesi e si sono lasciati trasportare in un viaggio coinvolgente ed emozionante sul pianeta Pandora.
Ma la trama è poi così banale? Sì e no. Nelle stesse parole del regista Avatar non mira a raccontare una storia particolarmente orginale il suo intento è quello di “creare una tipica avventura in un paesaggio poco familiare, ambientando su un pianeta alieno la classica storia del nuovo arrivato in una terra e una cultura straniere.” Insomma, una storia già vista, e chi ha un minimo di esperienza cinematografica non faticherà a rintracciare i molti spun
ti su cui Cameron si è appoggiato e ad anticipare le evoluzioni della trama. Ciò non toglie che su questa intelaiatura semplice il regista abbia cucito temi interessanti e molto attuali, come il rapporto uomo – natura – tecnologia, o l’importanza e la difficoltà di comprendere i valori di culture distanti, arrivando anche a incastonare una critica per niente velata alla guerra in Iraq e alla politica estera americana in generale.
E gli effetti sono così speciali? Sì. È la prima volta che dei personaggi realizzati in computer grafica sembrano così vivi, con espressioni così realistiche da riuscire ad emozionare con un semplice sguardo. Il merito è di attori come Sam Worthington, Sigurney Weaver e Zoe Saldana, che riescono a dare vita a personaggi intensi anche quando interpretano i propri alter- ego alieni, e del sistema di performance capture messo a punto da James Cameron per questo film, che permette di trasferire completamente le espressioni degli attori reali su quelli sintetici. Anche la precisione e la credibilità con cui è reso l’ambiente irreale e visionario del pianeta alieno è qualcosa che riesce a stupire.
A questo si aggiunge la terza dimensione, che aumenta ancora di più la sensazione di trovarsi all’interno della scena, un mezzo relativamente nuovo che il regista usa con maturità, evitando prospettive esasperate che toglierebbero naturalezza alla visione.
In una sala qualsiasi sarà un bel film di fantascienza, ma avendo la pazienza di cercare un cinema attrezzato per il 3D, l’ingresso diventerà un biglietto per un viaggio mozzafiato a 4,4 anni luce da casa.