Martedì, 27 Settembre 2011 10:02

Pupi Avati al RFF: “Torno a fare la televisione”

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Il regista bolognese parla del suo rapporto con la tv e della necessità di rilanciare il mezzo televisivo con una rinnovata proposta autoriale. Nella quale si inserisce anche la sua ultima fatica per il piccolo schermo

Ad impreziosire la cornice del Roma Fiction Fest è intervenuto anche Pupi Avati, che nonostante la sua ampia carriera cinematografica non rinnega le sue incursioni televisive. Il regista bolognese ammette di non avere un grande amore per la tv di questi ultimi anni. “Il mio rapporto con la televisione è molto scadente. Non sono uno spettatore così attento. Ma alla fine degli anni 70 la tv la feci, quando le produzioni non si chiamavano fiction ma sceneggiati”.

Il riferimento è alla miniserie Jazz Band, andata in onda nel 1978 e voluta dall’allora direttore di Rai 1 Mimmo Scarano, che riscosse un grande successo di pubblico e convinse Avati che la tv potesse dare l’opportunità di raccontare il paese nella sua reale quotidianità.

Ma il regista concede anche un’importante riflessione autocritica che investe in realtà l’intera categoria dei grandi registi cinematografici della sua epoca: “Noi autori abbiamo perso una grande occasione con la tv commerciale. Se avessimo accettato il compromesso, avremmo raggiunto un pubblico enorme”. Invece, racconta Avati, ai grandi scrittori del cinema l’avvento della tv privata, con le sue interruzioni pubblicitarie nel mezzo della trasmissione ed i suoi contenuti poco edificanti, era sembrata un luogo inadatto a recepire la loro autorialità, e se ne erano allontanati inevitabilmente. Ma questa scelta si è rivelata, nel corso dei decenni, una doppia sconfitta: da un lato per l’impoverimento dei contenuti televisivi, e dall’altra proprio per i limiti funzionali dell’audience strettamente cinematografica rispetto agli spettatori tv.

Tuttavia, la presenza di Avati al Roma Fiction Fest è giustificata proprio dal suo ritorno alla regia televisiva. “Sarà una storia in controtendenza: un matrimonio che dura 50 anni”, scherza. Con questa vicenda familiare, il regista affronterà così 60 anni di dopoguerra italiano, raccontando i cambiamenti del paese dalla sua lucida analisi. Qualche perplessità sulle differenze tra girare per il grande e per il piccolo schermo esiste, e Avati non teme di esprimerla: “La televisione, contrariamente al cinema, è un po’ più dell’apparato, della struttura. E’ molto più attenta verso la scelta. Ci sono una serie di step che i funzionari seguono con estrema attenzione, esercitando un grande ascendente”. Maggiore libertà creativa, quindi, nei progetti per il cinema, ma è importante rilanciare un discorso autoriale anche nelle ormai standardizzate fiction televisive. “Riconoscere una poetica, uno sguardo in un autore dovrebbe essere la prima cosa, sia per il cinema che per la tv”.

E speriamo a questo punto che il tocco di un regista così attento, uno fra i pochi autori con la A maiuscola del nostro paese, possa davvero portare ad una piccola svolta di qualità tra le produzioni per la tv, che magari invogli le altri grandi firme del cinema a cimentarsi in maniera più sistematica con il piccolo (e bistrattato) schermo italiano.

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