Dieci anni fa si concludeva il sogno terreno di uno dei massimi registi mondiali: Stanley Kubrick. Era l’anno del suo ultimo capolavoro cinematografico Eyes Wide Shut, opera inizialmente incompresa che seguiva il destino di quelle opere d’arte consacrate, rivalutate e rivalorizzate solo a posteriori che per un giudizio positivo della critica devono farsi spazio nella dimensione del quarto potere, ma quando poi ci riescono vi restano scolpite come nel marmo.
L’ultimo film di Kubrick non può essere considerato la summa della sua opera: non compendia tutte le tematiche che il regista ha affrontato né fa capo a tutti i generi di cui ha dato lodevole prova, ma riesce a condensare il suo inconfondibile stile. Uno stile in cui si combinano immagine, fotografia, scenografia e musica in una perfetta sintonia.
Eyes Wide Shut esordiva alla Mostra di Venezia, gli USA ne incriminavano le scene osé, l’Europa si scandalizzava, ma ne era allo stesso tempo affascinata, sedotta. Kubrick esplorava la tematica del sogno, della zona di confine tra la realtà quotidiana e distaccata della classe borghese e le espansioni fantasiose ed emozionali che si schiudono nell’universalismo ma mai nel sentimentalismo. Sotto la sua magistrale regia la breve opera di Arthur Schnitzler – titolo italiano “Doppio sogno” – si lanciava in momenti sorprendenti di alta tensione e si perdeva in allucinazioni sensoriali dotate di sconvolgente carica cerebrale. Il pubblico era spiazzato. La critica perplessa. Le sue perversioni, che non promettevano quei facili scandalismi dei girotondi sensuali oltre che sessuali su cui si faceva comodamente leva, affidate alla coppia Cruise-Kidman, trionfavano superando gli shock del raziocinio nell’espressione del loro potenziale di marginalità, di non detto, di alterità. Premonizioni di una strada che stava per imboccare. Simboli di una strabiliante carriera che lasciava la platea con il doppio degli interrogativi fino ad allora prodotti nelle pellicole precedenti. L’intraducibilità del titolo in italiano corrispondeva forse a quell’intraducibilità che non lesina versioni esplicite, ma si avvera proprio nelle sue ambiguità, nei suoi equivoci e perfino nelle sue contraddizioni.
Il maestro Kubrick realizzava inconsciamente il suo primo doppio sogno: s’immergeva assolutamente in un film tortuoso eppure positivo, si distaccava dalle sue visioni ultraterrene con lucida disillusione. Il suo doppio sogno scorreva davanti allo sguardo dello spettatore disincantato e del critico provocatore come in un doppio schermo.
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