Lunedì, 09 Marzo 2009 19:08

Arancia meccanica

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Stanley Kubrick ci ha lasciato dodici film e non sono un bottino strepitoso se si prende in considerazione la durata della sua carriera, iniziata nei primi anni cinquanta impegnandosi in alcuni cortometraggi e terminata nel 1999, anno della sua morte e uscita del suo ultimo film Eyes Wide Shut. Dodici film e di questi nessuno è passato inosservato; allucinanti, sadicamente reali, sognanti, sarcastici, incompresi e poi premiati.

Nel 1971 Kubrick firma la regia di Arancia meccanica, tratto dal romanzo di Anthony Burgess. Il film che si sviluppa su lo scenario malato di una parte della società inglese è subito un successo, ma le polemiche nate attorno alla pellicola non si fanno attendere, ritenuta per molti addetti alla stampa eccessivamente violenta e troppo esplicita. Gli inglesi non paiono essere abbastanza forti per reggere una storia cruda ambientata proprio nella loro rispettabile Inghilterra, difatti ogni teppista in quel momento vivente e attivo nel Regno Unito veniva ricondotto al film Arancia meccanica, fonte di ispirazione e tripudio di violenza. Per questo motivo Kubrick, alquanto amareggiato di una così bieca conclusione, decide (prima volta nella storia cinematografica) di ritirare il film dalle sale e la Warner, la casa di distribuzione, lo asseconda. La Warner ha sempre lasciato a Kubrick carta bianca nei suoi progetti in quanto, come sostengono anche i famigliari del regista in alcune interviste rilasciate, egli aveva un modo molto meticoloso di lavorare ( e questo giustifica anche il numero dei film) e soprattutto era responsabile e non sprecava i soldi messi a disposizione dallo studio.

Sicuramente è uno dei suoi film più discussi, ma anche dopo i fuochi accesi delle controversie, a distanza di quarant’anni Arancia meccanica fa parte di quei film cult che non si possono fare a meno di vedere e di rimanerne realisticamente turbati.

Veniamo subito a conoscenza dei quattro ragazzi, una banda che si fa chiamare drughi, capitanata da Alex (Malcolm McDowell). I ragazzi che parlano in modo forbito, scorrazzano per la città e s’inventano giochi all’insegna della violenza, come picchiare barboni che si ubriacano sotto la luna, introdursi in casa per picchiare i proprietari, violentare le donne canticchiando la canzone I’m singing in the rain. I componenti del gruppo provano a togliere quel potere assoluto di leader che Alex è convinto di avere totalmente nelle sue mani, ma questo tenue tentativo di spodestarlo non è gradito al ragazzo, che da subito rimette in ordine la gerarchia sfogando fisicamente il suo disappunto sui suoi “fratellini”. La banda non gli perdona il gesto e dopo l’ennesima violenza condotta da Alex, conclusasi con la morte di una donna dopo essersi intrufolato nella sua casa, viene abbandonato dai suoi complici e lasciato nelle mani della polizia.

Dopo una serie di soprusi inflitti dagli stessi uomini della polizia, viene condannato a quindici anni di galera per omicidio. In carcere sentendo parlare di una nuova terapia che potrebbe farlo uscire di galera in breve tempo, accetta di sottoporsi al trattamento sperimentale. Esso consiste nel visionare filmati atroci e violenti, che lo renderanno avverso a quello che lui stesso prima praticava. Alex, arriverà addirittura a ripudiare la nona di Beethoven, suo musicista preferito (musica tra l’altro protagonista assieme ad Alex nei suoi atti di pura gioia sadica che rende il tutto ancora più grottesco) proprio perché utilizzata come colonna sonora in uno di questi filmati riguardante le atrocità di un campo di concentramento. Alex è guarito. Alex è guarito?

Paradossalmente nel momento in cui riacquista la libertà non ha facoltà di scelta, perché se il suo istinto lo porta da una parte, la sottomissione e il dolore fisico lo porta da un’altra parte, ossia al comportamento corretto da tenere nella società. E paradossalmente il suo addolcirsi non lo riscatta, bensì lo annienta facendolo passare da carnefice a vittima. Chi ha subito la sua rabbia non di dimentica quello ha passato ed è solo alla ricerca della vendetta. Anche i genitori lo hanno in certo senso sostituito, affittando la sua stanza ad un altro ragazzo che per tutto il tempo di reclusione di Alex si è dimostrato devoto come un vero figlio.

Al culmine di questa sua inappropriata esistenza in cui non riesce più a riconoscersi, tenta il suicidio. Sopravvissuto, all’ospedale riceverà il primo ministro degli interni, colui che ha fortemente pubblicizzato e sostenuto il metodo di reintegrazione a cui Alex ha preso parte. Per non fare passare il governo come primo imputato che ha messo a repentaglio la vita del giovane, si scende a un accordo tra le parti e Alex si riappropria di se stesso.
Il film non è tanto un film violento, quanto un film sulle molteplici forme di violenza a cui un essere umano è sottoposto, che spazia e si trova subdolamente in ogni individuo e in ogni istituzione più o meno credibile. Ciò che tiene sottocontrollo la sconvolgente violenza di un animo è una forma più raffinata di violenza non visibile ad occhio nudo.
Letto 567 volte Ultima modifica il Sabato, 19 Dicembre 2009 18:27
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