Nel nuovo film di Gabriele Salvatores si ride di gusto e le battute sono così ingenue da risultare geniali, disarmanti, l’una dopo l’altra in un contesto tanto finto da parer più vero della realtà. E quelle risate che accompagnano la famiglia felice all’happy end sono un regalo allo spettatore italiano, perché – nota il regista presentando il film a Roma - ha ben poco da ridere: vive in un Paese in cui “i poteri forti usano le paure”, “si sta realizzando il progetto della P2”, “tutti dicono bugie”, “i telegiornali raccontano una realtà virtuale” e “ il lieto fine sembra non arrivare mai”. Allora “se il cinema deve evocare, che evochi i fantasmi della felicità”. E quelli scelti per Happy Family, nelle sale da venerdì 26 marzo, sono fantasmi dai toni esasperati, dal giallo semaforo delle auto, dal rosso delle ciliegie, dal blu del mare di Panama.
In una Milano di plastica, abitata da ricchi “di famiglia” (per meriti dei padri), in cui gli uomoni sono compagni di fumo, le madri nevrotiche, le figlie bellissime e le nonne svampite, Ezio, sceneggiatore improvvisato, decide di scrivere “un film d’autore”. Ma il risultato è solo una storia fatta in casa, con quello che ha a portata di mano: un disco di Simon e Garfunkel, una cartolina dei mari del Sud, il cane Gianni. E’ così sprovveduto che perde le redini del racconto, sopraffatto dai suoi personaggi, che decidono che il finale del film deve essere felice e compiuto, “perché alla fine alla gente gli si deve dire la verità”. Da intreccio simil-Romeo e Giulietta qual era all’inizio, diventa così una storia d’amore, di complice amicizia e di neo-nata famiglia.
Salvatores ha "riunito la banda", rimettendo insieme su un set DiegoAbantuono e Fabrizio Bentivglio dopo Marrakech Express. "Forse ci abbiamo messo troppo - scherza Bentivolgio - in effetti potevamo fare un film postdatato, datandolo 2000".
Happy family è un film nel film. Diverte con intelligenza e invita a riflettere sulle paure, su come imparare a vivere da attori anziché registi e sulla possibilità di cambiare. Salvatores l’ha composto per il grandeschermo rubando al teatro dell’Elfo di Milano, sua creatura di tanti anni fa, lo sceneggiatore Alessandro Genovesi che con sapienza e leggerezza aveva disposto sul palco otto personaggi in cerca d’autore.



