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Nina Di Majo: in 'Matrimoni e altri disastri' le nevrosi delle unioni

matrimoni-e-altri-disastriIn occasione dell’uscita, il 23 Aprile,  del nuovo film di Nina Di Majo Matrimoni e altri disastri , incontriamo il cast, la regista e gli sceneggiatori alla Casa del Cinema di Roma. Subito in sala si crea l’atmosfera goliardica che prevedibilmente provoca  la presenza di Fabio Volo e Luciana Littizzetto. A presentare il film inoltre, il produttore Beppe Caschetto della Itc Movie.

A Nina : Dopo Inverno e Autunno, i suoi precedenti lavori come autrice, ora la primavera di una Commedia. Come nasce?

“L’intenzione è stata assolutamente quella di concepire una commedia. Che fosse comunque sofisticata, non demenziale, che trattasse soprattutto di argomenti che negli ultimi tempi mi hanno ossessionata. L’idea del  Matrimonio e tutte le mie nevrosi intorno a questo tema, le paure che si hanno per l’impegno, il desiderio allo stesso tempo di stabilità che questo giuramento significa.  Inoltre la rappresentazione di un ceto sociale in particolare, l’alta borghesia, che critico e che amo allo stesso tempo perché ne faccio parte, perché è da lì che provengo. Ancora poi i rapporti familiari, tra sorelle in particolare, rapporti che ho voluto raccontare per l’importanza che do alla complicità che la sorellanza secondo me sprigiona, seppure in contraddizione con tutta una serie di altri sentimenti.  All’inizio l’idea era quella di girare il film a Napoli, sono napoletana, è stato naturale pensare ai luoghi dove sono cresciuta. Purtroppo però quelli a cui risale la preparazione del film erano ancora tempi difficili nella città, per quanto riguarda il problema dei rifiuti e i disordini che poi sono sorti. Dunque abbiamo optato per uno scenario altrettanto magico come quello di Firenze, dove ho tanti amici che mi hanno aiutato, gli sceneggiatori Francesco Bruni e Antonio Leotti sono toscani, Margherita Buy è di Pistoia! Quindi siamo stati contenti ugualmente della location”.

Come mai la scelta di Marisa Berenson?

“E’ stato un piccolo omaggio a Barry Lindon, uno dei film che amo di più. Marisa è un’attrice bravissima e mi è sembrata adatta per il ruolo della madre di un certo tipo: una madre che dà un tocco di internazionalità a questa famiglia. Nel film lei è proprio un’attrice, e quindi necessariamente narcisista, distratta dalla carriera, uno spunto di conflitto all’interno di un nucleo familiare non proprio convenzionale”.

Parliamo adesso del personaggio Alessandro, un  trentenne più pragmatico che filosofo, apparentemente superficiale ed ignorante.  Chiediamo a Fabio Volo come lo ha vissuto, e come lo giudica.

“Mi è piaciuto subito, un uomo semplice, senza fronzoli, diretto, malleabile: disposto a cambiare a modificarsi, a fare autocritica. E’ un po’ ignorante si, ma è simpatico, ha faccia tosta … “si in effetti è stata molto dura per me assumere queste caratteristiche” (ride).”

Hai scritto cinque romanzi, tutti e cinque ai primi posti delle classifiche di gradimento in questi giorni. Un successo letterario che prediligi, dato che poi non fai tanti film ?

“Io lavoro a Radio Dj, scrivo, appunto ho la fortuna di poter scegliere, nel momento in cui arrivano possibilità  cinematografiche  interessanti, allora ci provo. Posso anticipare che tra i prossimi progetti c’è quello di unire i due canali di mio interesse, la letteratura e il cinema, proprio perché sto realizzando una sceneggiatura tratta da uno dei miei romanzi Il giorno in più. C’è poi in preparazione un programma televisivo, e sono nel film di Lucio Pellegrini Figli delle stelle, sempre prodotto da Beppe Caschetto, che esce a Settembre.

Si definisce un non- attore, un non -scrittore, ecc. E’ rassicurante la non- definizione, ne uscirai mai?

“Non lo vivo sicuramente come un problema, è più un problema degli altri, dell’esterno. Io sono sereno in questa dinamicità di attività, esperimenti. E poi un giorno vedremo verso cosa andrò a soffermarmi”.

Parliamo ora con la protagonista del film, Margherita Buy, nel ruolo di Nanà. Una donna riservata, sulla cui sfortuna in amore si ironizza molto, ma in fondo seducente. Possiamo identificarla come una svolta sexy? E ancora, lei è in nomination ai David per un ruolo del tutto diverso, drammatico (Lo spazio bianco di Francesca Comencini). E’  difficile ottenere riconoscimenti con ruoli leggeri di commedia, secondo lei come mai?

“Non lo credo affatto. Credo che il personaggio che appare nella commedia brillante possa benissimo essere apprezzato e ritenuto di un certo spessore, poi sono soltanto in nomination per adesso, probabilmente vincerà un’altra collega, magari proprio per una commedia. Per  quanto riguarda la svolta sexy, dubito di poter mai trasmettere un certo tipo di appeal (ride)”.

Un ruolo mai fatto e che le piacerebbe interpretare?

“Mi piacerebbe lavorare in un film di genere, un film Horror. Un’esperienza a cui penso e che non è arrivata ancora”.

Per Luciana Littizzetto, due parole sul suo personaggio: Benedetta, l’amica della protagonista che resta sempre un po’ in ombra, sola e desiderosa  a tutti i costi di un compagno.

“Il personaggio di Benedetta è lontano anni luce da me, ma molto simile ad amiche o a persone che ho incontrato.  E’ una donna appunto rimasta sola dopo il divorzio, con un figlio adolescente ingestibile, e che fa letteralmente di tutto per conquistarsi un compagno, accontentandosi, scendendo a compromessi, senza più l’autenticità delle emozioni, ma solo con la paura di restare da sola sempre”.

Prossimi impegni lavorativi.

“Proseguiamo con Fabio Fazio su Raitre “Che tempo che fa” fino a fine stagione; continuo a condurre un programma in Radio Dj, e in estate partono le riprese di una fiction in onda in autunno su RaiUno “La scuola”. In fine anche insieme a Francesca Inaudi  è ancora in fase di ripresa il nuovo film di Brizzi”.

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In DVD dal 21 Aprile ‘il Pap’occhio’ di Renzo Arbore, classe 1980

papocchioE’ bastato aspettare tempi migliori, emancipati e disincantati, induriti ed abituati al peggio, per godere del “sollievo” di uno humor scanzonato e “classico”, reduce da un equivoco trentennale. Questo in sostanza ciò che ci racconta Renzo Arbore in occasione della presentazione del Dvd de Il Pap’occhio, suo primo ed unico esperimento di regia cinematografica nel 1980. Oggi il film è stato restaurato, smussato nel montaggio, pulito il negativo e verrà distribuito dalla 01 DISTRIBUTION  a partire dal prossimo 21 Aprile.  Quella di riesumare il Cult, è stata una proposta di Fabrizio Corallo, giornalista e all’epoca assistente alla regia del film. Corallo ha curato insieme al restauro anche un contenuto extra che prevede settanta minuti di interviste ai protagonisti. Grandi nomi del cinema italiano agli inizi della carriera: Roberto Benigni, Isabella Rossellini, Diego Abatantuono, Andy Luotto, tutti già impegnati nello show televisivo di Arbore “L’altra Domenica” in onda su Raidue dal 1976 al 1979. I protagonisti del film sono proprio loro, i personaggi della trasmissione televisiva di successo in quegli anni, che nella storia vengono convocati dal Papa (Giovanni Paolo II), per organizzare lo show di inaugurazione al canale televisivo del Vaticano. Iniziativa che nasce dall’esigenza, per gli esponenti del clero, di riportare l’attenzione dei giovani italiani alla chiesa cattolica e ai suoi precetti.

Con l’entusiasmo di chi ormai ha alle spalle bellissimi ricordi di una divertente esperienza e i dispiaceri che poi lì per lì nacquero, Arbore ci illustra la genesi di questo Papocchio.

«La trama del film la sognai una notte, al risveglio ebbi l’esigenza di raccontarla agli amici e colleghi di allora e successivamente, senza aspettarmi troppo, proposi l’idea all’amico produttore Mario Orfini, che sorprendentemente mi rispose “perché no!” . Da quel momento io e Luciano De Crescenzo iniziammo ad elaborare il tutto. Fu un’esperienza esilarante, ci divertimmo moltissimo e avemmo l’opportunità di girare in un posto magnifico come la Reggia di Caserta. Indimenticabili quelle stanze del Re dove addirittura riposavamo nelle pause dal set. Quando uscì nelle sale il film ebbe un successo insperato, tra quelli italiani fu il film che incassò di più nella prima settimana, in totale circa cinque miliardi di lire di allora. Dopo due settimane però lo ritirarono perché fummo accusati di vilipendio alla Religione di Stato. Il contenuto e il tono furono considerati oltraggiosi. Al processo ci difendemmo senza nessuno scrupolo di coscienza, fermamente convinti di non aver insultato né offeso il cattolicesimo. Noi avevamo semplicemente scherzato, senza essere volgari o irrispettosi, sulla chiesa e sul catechismo e ciò fu in quegli anni abbastanza inconsueto. Il processo finì con un’amnistia quindi nel dubbio nessuno per tanto tempo ha riproposto al pubblico il film. Non sono un regista, dunque il tutto fu portato avanti con molta improvvisazione, la storia è fondamentalmente un susseguirsi di gag, divertissement tenuti insieme dalla musica, perché questo è principalmente un musical, uno dei primi in quegli anni. Improvvisazione nel modo di girare e soprattutto nel contenuto dei dialoghi e dei monologhi. Quello di Roberto sull’apocalisse ad esempio, il paragone tra Dio e Karl Marx, tutto frutto di un’improvvisazione guidata da poche direttive, che dura nove minuti!»

Il sottotesto che viene fuori, da Il Pap’occhio è una certa libertà di provocazione dallo swing goliardico e mai volgare. Una satira diversa da quella di oggi, cosa sta succedendo?

«Ormai la trasgressione si è trasformata in conformismo, “l’essere contro”a prescindere, oggi ha la priorità. Il nostro era un film “per” , un film che non canalizzava la rabbia momentanea, ma era frutto di una riflessione: goliardia significa scherzare con i tabù, identificarli e rappresentarli in maniera il più possibile sofisticata, in modo tale che il messaggio sopravviva alle epoche e che risulti costantemente attuale. Oggi l’umorismo è caduco, “usa e getta”, schiavo della dittatura dei numeri, del mercato, dell’effetto immediato. La battuta, la gag si fondano esclusivamente sull’attualità, ma l’attualità di per sé è sempre più pesante, quindi vengono fuori battute volgari».

In questo momento specifico è evidente che la Chiesa non ha molta voglia di ridere. Sarebbe possibile girare questo film, oggi?

«No non lo girerei oggi, oggi non sarebbe inconsueto».

Come mai non si è dedicato di più al cinema?

«Amo il cinema e ho anche girato altri film come attore. Ma ciò che mi ha fatto capire di non avere dimestichezza con il cinema è stato il suo “Tempo” e la sua manipolazione. I miei spettacoli, il mio lavoro sono frutto di improvvisazione, immediatezza, il cinema è organizzazione del Tempo. Al montaggio sono stato malissimo per l’impossibilità di usare tanto materiale che non andava bene per l’incoerenza visiva delle immagini».

Con grande sorpresa di Arbore, in sala prende la parola Pippo Corigliano, direttore dell'ufficio informazioni della Prelatura dell'Opus Dei in Italia:

«Al contrario delle considerazioni di allora, personalmente io trovo che questo sia un film molto più apostolico che blasfemo. Avevate capito la preoccupazione del Papa di allora e avete fatto in modo che tutti la condividessero. Lo stile di Renzo è in fondo molto cristiano, perché la sua è un’ironia che arriva a tutti i componenti della famiglia, quindi li riunisce. Per il cristianesimo questo è molto importante».

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Marco Chiarini: 'L'uomo fiammifero', film da David con 20 mila euro

luomo-fiammiferoL'uomo fiammifero di Marco Chiarini è uno dei cinque candidati all’edizione 2010 dei David di Donatello nelle categorie MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE (Marco Chiarini) e MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI (Ermanno Di Nicola). Il film ora candidato a uno dei più importanti premi cinematografici italiani è stato distribuito grazie al coraggioso esperimento della “social distribution” ed è ora in sala al Nuovo Cinema Aquila di Roma fino al 29 Aprile. Prima di conoscere il successo della sua candidatura ai DAVID DI DONATELLO, il regista Chiarini ci ha parlato di come ha realizzato il suo progetto con un budget minimo ma senza mai arrendersi.

“L’UOMO FIAMMIFERO” è il tuo primo lungometraggio: come ti sei preparato a questo progetto?

Ho frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove mi sono diplomato in Regia nel 2003. Avevo quindi girato i corti che fanno parte del programma di studi, ma quando ho iniziato a lavorare all’idea de L’uomo fiammifero ho sentito che era arrivato il momento di confrontarsi con un progetto più ardito e complesso. Sono partito subito deciso e non ho mai tentennato sull'idea che la storia dovesse avere il respiro di un lungometraggio.

Quando hai deciso che L'Uomo Fiammifero sarebbe stato un lungometraggio, che tipo di budget avevi in mente?

Il film è stato scritto sapendo che lo avremmo prodotto con pochi soldi tra amici professionisti e girato d'estate. La storia è stata sempre pensata sapendo del low budget. Abbiamo scritto tutto in funzione degli attori disponibili, delle locations particolari che avevamo, dell’impossibilità di girare di sicuro certe scene. E il limite economico ci ha condizionato, aiutandoci a capire cosa fosse davvero necessario alla storia, su cui poi investire maggiori energie. Passata la prima estate però ci siamo resi conto che sarebbe servito un minimo budget per le spese necessarie.

Come hai raccolto il budget necessario alla produzione?

Prima del Centro Sperimentale avevo studiato scenografia ad Urbino e ho da sempre indagato la tecnica dell'acquarello e dell'acrilico, una tempera più raffinata. Fino a ventiquattro anni avevo lavorato molto dipingendo quadri, trompe l'oeil su commissione e anche illustrando libri per l'infanzia. Per me è normale che il primo approccio con una storia da raccontare o con delle scene da girare sia visivo. Quando ho deciso di produrre L'Uomo Fiammifero senza avere un finanziatore, ho pensato di mettere in vendita i miei disegni, gli acquarelli e le foto realizzate per la preparazione del film. Tutto questo poi è stato pubblicato in un libro, messo in vendita anch'esso, che ha finanziato la riprese. Quindi il budget è stato raccolto dalla vendita del libro e delle tavole originali, fortemente appoggiata da moltissimi amici e sostenitori. Dopo tre mesi avevamo sopra la nostra scrivania poco più di 20.000 euro (tutti in banconote di piccolo taglio) e con questo budget abbiamo iniziato a girare.

Come si fa a girare un film con 20.000€?

E’ molto importante coinvolgere una troupe che, come te, senta fortemente la voglia e l'importanza di girare un film con pochissimi uomo-fiammiferosoldi. Ma ci sono delle spese che non si possono evitare: i pasti a pranzo e cena, l'allaccio della luce, l'acquisto di oggetti di scena. Allora la coesione della troupe diventa fondamentale e ci si accorge che è vitale sia il rispetto di ogni ruolo sia avere un gruppo che sogna nella stessa direzione. Però c'è da aggiungere un importante dettaglio: si può girare con un budget ridotto solo se si ha una troupe e un cast che appoggiano la produzione lavorando solo con il rimborso delle spese. In cambio del loro mancato guadagno come professionisti tutti, da PANNOFINO fino all’ultimo runner, diventano proprietari di una percentuale del film prodotto. Hanno poi dato concretezza a tutto il meccanismo produttivo, talvolta con fondi propri, anche il CINEFORUM TERAMO, DIMITRI BOSI, qualche parente e un professionista come FABRIZIO CICO DIAZ con la sua CIC PRODUZIONI. Nonostante il sostegno di tutte queste persone, abbiamo comunque lavorato con cifre molto lontane da quelle di un normale film italiano.

Quanto sono state condizionate le riprese del film da un budget così basso?

Il fattore tempo ha influito notevolmente: avere a disposizione poco tempo per le riprese ci ha fatto concentrare sull’essenziale e avere avuto poche pressioni nella postproduzione ci ha dato il tempo necessario a curare con pochi soldi ma con la massima cura tutti i dettagli come volevamo. Se avessimo avuto più soldi probabilmente avremmo girato diversamente, ma non so se meglio o peggio. Una cosa diversa nella lavorazione di un film low budget è sicuramente il rapporto con gli attori: un attore che accetta di lavorare con pochissimi soldi e con un compenso nullo o minimo, sa che non avrà un camerino dedicato solo a lui, che si dovrà recare sul set con mezzi propri e che talvolta la costumista farà affidamento sul proprio guardaroba... Questo crea un rapporto di complicità fortissimo sul set. Ma questo non vale solo con gli attori, ma con tutti coloro che lavorano al film: ognuno sa che si è insieme a lavorare per fare un ottimo lavoro e per investire su questo.

Bisogna essere registi più bravi per girare con pochi mezzi?

Non credo. Occorre sicuramente essere più bravi ad adattarsi e a ricoprire più ruoli contemporaneamente. spesso non si hanno le risorse per autista, organizzatore generale, assistenti al montaggio e così via. In queste condizioni diventa indispensabile un'organizzazione più minuziosa possibile per far sì che le riprese, in condizioni difficoltose, fruttino al meglio.

Cosa pensi della polemica sull’uso del digitale nel cinema?

Davvero non saprei che dire, ma senza la tecnica digitale io non avrei girato e finito il mio film.

“L’UOMO FIAMMIFERO” è stato distribuito attraverso la “SOCIAL DISTRIBUTION”: puoi parlarci di questo tuo progetto?

La SOCIAL DISTRIBUTION è nata per trovare un meccanismo virtuoso per far circolare il nostro film. Non ci siamo proposti direttamente alle sale ma a coloro che in qualche modo sarebbero stati in grado di organizzare delle proiezioni del film, riempiendo facilmente la sala "sulla parola". Mi riferisco a cineforum, circoli di cinema, e a tutti coloro che hanno un'attività fortemente radicata sul territorio. La formula ha funzionato e ha permesso di far conoscere il film al pubblico.

Il film è in sala al NUOVO CINEMA AQUILA a Roma da Febbraio, e resterà in programmazione fino alla fine di Aprile. Come avete raggiunto questo risultato?

Il rapporto con il Nuovo Cinema Aquila è stato costruito lentamente, studiando bene tutte le possibilità per riuscire a riempire la sala. Abbiamo fatto una anteprima la mattina del 6 Gennaio e la sala è andata quasi tutta esaurita. Abbiamo quindi annunciato l'uscita per il 19 Febbraio e proiettato il trailer prima di Avatar. Un ruolo determinante lo hanno avuto però anche i ragazzi al botteghino parlando con il pubblico e spiegando il film di cui avevano appena mostrato un assaggio. L'uomo fiammifero è rimasto in sala ininterrottamente dal 19 Febbraio, e ci resterà per tutto Aprile, solo perchè il pubblico si presenta costantemente ogni pomeriggio a vedere il film. Non abbiamo utilizzato gli incassi per rientrare delle spese, ma abbiamo deciso di rinvestire subito in pubblicità per alimentare l'interesse del pubblico. Abbiamo stampato due copie in 35 mm (una sottotitolata in inglese), più di 20.000 cartoline diffuse ovunque, e molte copie DVD antipirateria per far arrivare il film a tutti i giornalisti

Quanto è importante per il successo di un film affidarsi a professionisti della comunicazione e quanto contano le recensioni sui giornali e web per un film low budget?

Questa domanda è fondamentale per comprendere alcuni passaggi cruciali per il successo di un film. Ci si preoccupa di avere un bravo direttore della fotografia, un bravo musicista o un ottimo attore ma si considera spesso il lavoro dell'ufficio stampa secondario, o meglio: il più delle volte non sappiamo cosa l'ufficio stampa debba fare. Però resta fondamentale affidarsi ad un professionista che abbia una vena creativa e propositiva pari a  quella che ha animato le riprese del film. Nel nostro caso Carlo Dutto ha profuso una tale energia nel raccontare il nostro lavoro che ha ricevuto i complimenti di molti giornalisti: è riuscito a comunicare il nostro stesso entusiasmo.

Oltre alla copertura della stampa, quanto conta per un film come L'Uomo Fimmifero partecipare ai Festival cinematografici?

Per un film senza distribuzione i Festival sono vitali e rappresentano l'unico modo di poter incontrare, oltre ai giornalisti, anche un pubblico nuovo che permette di capire se il film funziona o no. Ci sono i Festival dove il film si può vendere, come ad esempio CANNES, VENEZIA, TORONTO, BERLINO e altri, e ci sono Festival minori dove è difficile incontrare il "compratore" ma puoi comunque instaurare contatti vitali per promuovere meglio il tuo lavoro. L'ultimo festival italiano a cui ho partecipato è stato il BAFF (BUSTO ARSIZIO FILM FESTIVAL), dove ho vinto il PREMIO MIGLIOR OPERA PRIMA. Poco prima ero stato al FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CAIRO, e il film ha vinto il PREMIO INTERNAZIONALE DELLA GIURIA. Ogni volta che salgo sul palco per ritirare un premio, fosse anche il premio del condominio, mi emoziono e mi viene sempre da alzare il "trofeo" in alto come fosse la coppa del mondo; è un gesto più forte di me, mi fa tornare bambino e per quei pochi secondi sono felicissimo. Aver vinto dei premi dà l'opportunità di attrarre maggiore attenzione sul tuo lavoro e sulla qualità del tuo film e può servire a conquistare l'interesse di qualcuno che fino a quel momento non ti aveva notato, e quell'attenzione potrebbe talvolta cambiare le sorti dei tuoi progetti.

Che rapporti si stabiliscono con gli altri registi di film indipendenti? Perché in Italia è difficile “fare squadra”?

E' difficilissimo perchè c'è sempre una sottile invidia, gelosia, competizione, ma è naturale. Però ciò non toglie che si può avere una sincera stima per il lavoro obbiettivamente ottimo di qualche collega. E, come è successo a me, con un po’ di umiltà si possono chiedere consigli per migliorarsi.

Quale sarà ora il futuro de “L’UOMO FIAMMIFERO”?

Tutti noi speriamo che possa essere acquistato dalle televisioni di tutto il mondo per recuperare interamente le spese e dare a coloro che ci hanno lavorato il giusto riconoscimento economico.  Per adesso ci stiamo impegnando al massimo per promuoverlo ovunque intuiamo possa esserci interesse. Ho un canestro pieno di idee e nuovi progetti, sono carico di risorse e voglia di inventare ma tutto mi sembra eccezionale o inutile: mi occorre un po’ di calma per vedere ogni cosa con il giusto filtro. Ora mi sento di avere in mano un vaso di argilla cruda: bellissimo e prezioso, ma molto fragile se non viene cotto al forno prima possibile. Non riesco a pensare ad altri progetti se prima non mi assicuro questo passaggio finale per L'Uomo Fiammifero.

Dopo la notizia della due candidature ai DAVID DI DONATELLO per MARCO CHIARINI e l’autore degli effetti speciali visivi Ermanno Di Nicola aspettiamo la serata di premiazione dei DAVID DI DONATELLO del 7 Maggio per conoscere anche noi il futuro di questo piccolo ma importante film indipendente.

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La mina vagante Massimiliano Gallo

Ozpetek l’ha chiamato dopo averlo visto in Fortàpasc. All’inizio pensava a uno scherzo, invece lo sceneggiatore ha rimaneggiato lo script apposta per lui. Con il suo ruolo in Mine vaganti, Massimiliano Gallo, figlio d’arte e attore di lungo corso al teatro, si toglie di dosso i panni del camorrista in canottiera ed è pronto a tutti i ruoli. Dopo l’esperienza con Salemme in tv, e il lavoro con Marco Risi per demitizzare il boss Valentino Gionta, con lo «psicologo» Ozpetek ha ripetuto le scene all’infinito nella cucina di Saturno Contro, «fino a quando tutto era perfetto». Ora, dice l’attore, «credo di poter dire di essere un suo amico».

Massimiliano Gallo, la vediamo in un film internazionale come quello di Ozpetek, ma sempre attraverso la rappresentazione di una napoletanità che con la sua formazione ha costruito. Quali erano le premesse iniziali di Ferzan (tutt’altro che napoletano) rispetto al suo personaggio e in che modo il risultato è stato frutto di un lavoro di confronto con il regista?

«Ferzan aveva appena visto Fortàpasc di Marco Risi quando mi ha telefonato. Credevo fosse uno scherzo di qualche amico appena uscito dalla sala. Poi mano mano che la telefonata proseguiva, mi sono reso conto che la cosa era vera. Mi ha richiamato per un appuntamento, preoccupato di propormi un ruolo che quasi non esisteva. Io l’ho tranquillizzato subito dicendogli che un film con lui l’avrei fatto anche dicendo poche battute. Ferzan ha subito chiamato Ivan Cotroneo (lo sceneggiatore) dicendogli di ampliare il ruolo di Salvatore. Per il resto Ferzan è un istintivo, sembra non sapere cosa voglia, ma sa quello che non vuole da un attore. Mi sono sentito gratificato nell’affrontare un personaggio così diverso da quello di Valentino Gionta (il camorrista che interpreto in Fortapàsc). Per un attore uscire dal cliché di un personaggio così forte è indispensabile.

Facciamo un passo indietro e ripercorriamo la sua carriera cinematografica soffermandoci su “Fortapàsc, la storia del giornalista napoletano Giancarlo Siani ucciso dalla camorra negli anni 80. Qui riveste il ruolo di un boss, un ruolo principale e delicato che esprime un aspetto perverso. Quale lavoro su di sé c’è dietro tutto questo?

«L’unico modo per affrontare questo personaggio era l’istinto. Gionta è al carcere duro da più di vent’anni, non c’era modo di incontrarlo per sapere di più di quanto indicato dalla sceneggiatura. Sono personaggi molto difficili, sempre al limite della “caratterizzazione”, sempre “oltre”, devi avere grande misura per non uscire, per non fare troppo. Per quanto riguarda il messaggio che dai, anche in quello devi stare molto attento. Con Risi abbiamo fatto un lavoro di “normalizzazione” sul suo periodo di latitanza per evitare il rischio di un effetto fascino sui giovani: la canottiera, il pantaloncino erano sicuramente meno interessanti di un bel gessato e un sigaro. I ragazzi devono vedere, sapere e capire che quei personaggi finiscono ammazzati oppure in galera come nel caso di Gionta»

Il teatro è il cuore e la fonte della sua carriera da attore e regista insieme a suo fratello Gianfranco. E’ spontanea e, probabilmente, consueta la curiosità sulle dinamiche all’interno della vostra famiglia di artisti, suo padre Nunzio Gallo, che ha dominato i palcoscenici della canzone italiana, sua madre Bianca Maria, attrice. L’influenza nell’educazione è prevedibile, poi lo scatto finale verso la scelta di una professione così complessa, quando e come nasce?

«Ho sempre fatto l’attore, nei periodi della scuola lo facevo d’estate. Mia madre aveva una compagnia dei “piccoli”: tutti piccoli attori che lavoravano già con grande professionalità. Nascere in una famiglia d’arte porta vantaggi e svantaggi: sai già di cosa si tratta, sei già dentro, ma i tuoi ti vogliono serio, più degli altri, e più preparato. C’è maggiore severità e disciplina. Poi subito dopo il liceo ho formato con mio fratello Gianfranco una compagnia teatrale. Dieci anni di formazione e di successi. Ed ancora oggi portiamo avanti questo progetto».

Ritornando ad Ozpetek e alle sue Mine vaganti, un film che con attenzione all’eleganza, affronta tematiche a lei già note: le croci di un’Italietta truffaldina o falsamente mitizzante, come quelli che emergono da No problem di Vincenzo Salemme ad esempio. Mettiamo a confronto il rapporto con i due registi.

«Con Vincenzo c’è un rapporto di amicizia e stima di tanti anni, ci siamo corteggiati a lungo. Qualche anno fa mi ha chiamato per Bello di papà, uno spettacolo teatrale che poi abbiamo portato in scena con grande successo. Con lui ho registrato in Rai lo spettacolo con lo stesso nome e La gente vuole ridere ancora. Durante le riprese di Fortapàsc mi ha chiesto di fare questo “cameo” in No problem e ho accettato subito. La scena con lui e Rubini l’abbiamo ripetuta mille volte, per le troppe risate. Con Ferzan il rapporto si è consolidato durante la lavorazione del film. Lui è solito fare delle letture a casa sua, come si fa per una commedia teatrale. Era strano trovarsi nella cucina di Saturno contro e provare il film con tutti i protagonisti. Lui tiene molto anche all’aspetto estetico di una scena. All’inizio è stato difficili come approccio professionale, una scena ripetuta all’infinito, fino a quando tutto era perfetto. Ferzan è un grande regista ma certamente pure un grande psicologo, riesce a fare gruppo e l’energia che si sprigiona dal set arriva al pubblico. Per molti di noi l’amicizia si è solidificata anche fuori dal set. La stessa cosa è successa con Ferzan, credo di poter dire di essere un suo amico. Per me i rapporti interpersonali sono fondamentali in questo lavoro, sono un attore che in una situazione di poca chiarezza a livello umano terrebbe sicuramente il freno tirato anche sul lavoro».

Scheda biografica

Attore e regista teatrale, Massimiliano Gallo è uno Show man che prende forma e visibilità attraverso le rappresentazioni più specificamente legate alla cultura locale napoletana. Restituite attraverso esibizioni che seppur lasciano il teatro come fulcro, alternano diversi canali come la televisione a la radio. L’esperienza più significativa è quella che lo affianca al fratello Gianfranco, con il quale condivide una formazione legata chiaramente, alla medesima provenienza da una famiglia di artisti: il padre Nunzio Gallo, un cantante lirico di grande successo, e la madre attrice di teatro, Bianca Maria Varriale. Con il fratello Gianfranco reciterà e/o dirigerà a partire dal 1987 una serie di commedie a teatro, film e fiction arricchite di collaborazioni importanti come quella con Vincenzo Salemme. Insomma un trascorso artistico denso che dà oggi la possibilità di emergere e di spaziare.

In Mine vaganti Massimiliano interpreta Salvatore il cognato napoletano di Tommaso (Riccardo Scamarcio) il protagonista intorno a cui si dirama la cornice generale del gruppo-famiglia su cui è incentrata l’intera vicenda.

 

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Salvatores e i suoi personaggi in cerca d'autore

gabriele-salvatoresNel nuovo film di Gabriele Salvatores si ride di gusto e le battute sono così ingenue da risultare geniali, disarmanti, l’una dopo l’altra in un contesto tanto finto da parer più vero della realtà. E quelle risate che accompagnano la famiglia felice all’happy end sono un regalo allo spettatore italiano, perché – nota il regista presentando il film a Roma - ha ben poco da ridere: vive in un Paese in cui “i poteri forti usano le paure”, “si sta realizzando il progetto della P2”, “tutti dicono bugie”, “i telegiornali raccontano una realtà virtuale” e “ il lieto fine sembra non arrivare mai”.  Allora “se il cinema deve evocare, che evochi i fantasmi della felicità”. E quelli scelti per Happy Family, nelle sale da venerdì 26 marzo, sono fantasmi dai toni esasperati, dal giallo semaforo delle auto, dal rosso delle ciliegie, dal blu del mare di Panama.

In una Milano di plastica, abitata da ricchi “di famiglia” (per meriti dei padri), in cui gli uomoni sono compagni di fumo, le madri nevrotiche, le figlie bellissime e le nonne svampite, Ezio, sceneggiatore improvvisato, decide di scrivere “un film d’autore”. Ma il risultato è solo una storia fatta in casa, con quello che ha a portata di mano: un disco di Simon e Garfunkel, una cartolina dei mari del Sud, il cane Gianni. E’ così sprovveduto che perde le redini del racconto, sopraffatto dai suoi personaggi, che decidono che il finale del film deve essere felice e compiuto, “perché alla fine alla gente gli si deve dire la verità”. Da intreccio simil-Romeo e Giulietta qual era all’inizio, diventa così una storia d’amore, di complice amicizia e di neo-nata famiglia.

Salvatores ha "riunito la banda", rimettendo insieme su un set DiegoAbantuono e Fabrizio Bentivglio dopo Marrakech Express. "Forse ci abbiamo messo troppo - scherza Bentivolgio - in effetti potevamo fare un film postdatato, datandolo 2000".

Happy family è un film nel film. Diverte con intelligenza e invita a riflettere sulle paure, su come imparare a vivere da attori anziché registi e sulla possibilità di cambiare. Salvatores l’ha composto per il grandeschermo rubando al teatro dell’Elfo di Milano, sua creatura di tanti anni fa, lo sceneggiatore Alessandro Genovesi che con sapienza e leggerezza aveva disposto sul palco otto personaggi in cerca d’autore.

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Incontro con il cast di 'La première étoile'

Scena dal set di 'La première étoile'

Nell’elegante scenario dell’Ambasciata Francese a Roma abbiamo incontrato il cast del film La première étoile. Esordio alla regia dell’attore francese di origine antilliana Lucien Jean Baptiste che nel film interpreta il personaggio principale. In sala al termine della proiezione è presente, insieme ai distributori in Italia, Firmine Richard, nel film, l’energica mamma del protagonista. La Richard è imponente nell’aspetto e nel sorriso forte, non a caso di origini antilliane anche lei. E’ principalmente un film sull’integrazione in Francia di differenti etnie, popoli emigrati a seguito delle colonizzazioni dei Paesi Europei, dunque parecchie domande sull’ argomento.

Ci parli un po’ delle sue origini e dell’attinenza che la sua storia personale , come quella del regista, ha con la vicenda del film.

Sono nata in Guadalupa nel 1947, e tra l’altro non ho nessun pudore a dichiarare apertamente i miei anni, portati benissimo (ride). Con la famiglia ci trasferiamo in Francia nel 1965, quelli furono gli anni del governo de Gaulle che fece molto per favorire l’integrazione. La Francia aveva bisogno di manodopera per rigenerare il mercato, dunque fummo messi nelle condizioni favorevoli ad integrarci. Il regista Lucien ha sicuramente dato forma al film con elementi autobiografici, lui stesso è arrivato in Francia con cinque fratelli e una madre che ha dovuto crescerli da sola cercando sempre di non farli mai sentire diversi dagli altri ragazzi francesi. C’è però da dire che il creolo è una lingua che non è morta, una volta che le comunità antilliane si trasferivano nella nazione continuava e continua ad essere tramandata di generazione in generazione.

La sceneggiatura è ambientata negli anni ’80, ed è riscontrabile nella storia quello di cui parla, ma ai nostri giorni invece, secondo lei, sussiste la stessa volontà di integrazione da parte delle comunità straniere?

Le generazioni successive alla mia, hanno sicuramente avuto più difficoltà, le diverse politiche di governo, la chiusura delle comunità, la situazione oggi è più complessa. Trovo comunque che alcune scene nel film siano significative e realistiche a riguardo: la bambina che vuole essere come le sue compagne, le donne dal parrucchiere invece, che rivendicano la propria identità legandola ad abitudini e comportamenti specifici e diversi.

Come mai si fanno così pochi film sulla realtà Antilliana?

E’ chiaramente necessario che qualcuno che abbia i mezzi, sia interessato a divulgare anche questo angolo di realtà. “la Premiere” ha avuto fortuna, era un progetto che aleggiava da circa dieci anni, fin che qualcuno non ci ha creduto, ed è stato sorprendente il riscontro europeo per un film di “Neri” difficile da esportare. In Francia ha incassato un milione e settecentomila euro, e sulla scia di questo successo si sta pensando anche ad un seguito.

La parola ora ai distributori. Lydia Genchi della Nomad Film, una società che è in vita da pochi anni, ci spiega il loro interesse alla distribuzioni di film francesi, che si allinea secondo le statistiche, ad una tendenza generale Europea.

“La premiere etoile” è un film che abbiamo trovato delicato, divertente e non volgare. Ha vinto il Gran Premio della Giuria e il Premio del Pubblico al Festival Internazionale de Comédie de L’Alpe d’ Huez, e ha avuto una Nomination al César 2010 come migliore opera prima. Per ora le copie sono quaranta ma speriamo di poter stamparne altre. Il nostro interesse al cinema d’oltralpe continua con altri gioiellini in uscita prossimamente : ancora una commedia “Les Beaux Gosses” ,ed un cartone animato “Panique au village” entrambi del regista Riad Satouff. Ho lavorato e vissuto parecchi anni in Francia, amo il loro cinema e i suoi stimoli e insieme ai soci crediamo che pian piano possano attecchire anche qui, nonostante certo, tutte le difficoltà di inserimento che i film a basso budget trovano in Italia.

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