Gli urlavano “Panatta miliardario”, ma lui si rivelò rivoluzionario. Non era nelle sue intenzioni, ma fu così. Adriano Panatta voleva soltanto scendere in campo e vincere, insomma fare quello che gli riusciva meglio. Non poteva immaginare che con quella sua “maglietta rossa” sarebbe diventato simbolo della protesta contro Pinochet. “Era soltanto una provocazione, un piccolo simbolo”, spiega lo stesso Panatta nel film-documentario di Mimmo Calopresti La Maglietta Rossa presentato ieri sera al Festival di Roma, ultimo “evento speciale” di questa edizione 2009.
E di speciale l'opera di Calopresti ha davvero tanto. In 50 minuti il regista calabrese racconta la storia di “un campione che vince, un eroe popolare in quell'epoca dei capelli lunghi e basettoni: penso a lui come un rockettaro”. L'occasione, da cui il titolo del documentario, è l'incontro della finale di Coppa Davis contro il Cile. E' il 18 dicembre 1976 e in Italia e nel mondo è piena rivolta contro il dittatore cileno. In tanti, nel nostro Paese, pensavano non si dovesse giocare. Lo cantava Domenico Modugno, lo urlavano Franca Rame e Dario Fo. Ma non scendere in campo avrebbe dato la vittoria al Cile. Invece, l'Italia doveva vincere. E così fu. Avanti 2-0, Panatta e Bertolucci, nello spogliatoio di Santiago, indossarono una maglietta rossa e vinsero il doppio. Seguirono imbarazzi diplomatici. Seguì soprattutto la conquista della Coppa Davis, la prima vinta dall'Italia.
Un episodio storico che permette a Calopresti di raccontare le imprese, le emozioni e, perchè no, le paure del capitano ribelle, del più forte tennista della storia italiana. Ed è lo stesso Panatta a fare da guida mentre sullo schermo le sua immagini in campo parlano da sole e si alternano a inediti e particolari documenti storici. Un tuffo nell'Italia che contestava e poi si ritrovava alla radio a alla tv a tifare per lui. Uno squarcio di storia italiana e personale che lo stesso protagonista racconta con semplicità e ironia.
Tra lezioni di tennis e incursioni di amici storici (tra cui un esilarante Paolo Villaggio che ricorda i tornei estivi organizzati da Tognazzi con un Gassman che non sapeva perdere), non manca nulla al documentario di Calopresti. Perfetta la cura e la scelta delle immagini di repertorio che si alternano al Panatta di oggi che, ancora, attacca sulla terra rossa. Emoziona la, quanto mai azzeccata, colonna sonora curata da Saro Cosentino.
Perfetto, ovviamente, l'attore protagonista nel ruolo di se stesso. “Uno sportivo professionista fa una recita – ha detto lo stesso Panatta - La differenza tra atleta e un attore e che noi a un certo punto dobbiamo lasciare, perché siamo sempre peggio, loro invece vanno sempre avanti e diventano sempre più bravi”.
Il film-documentario, prodotto da Simona Bianchi e Valerio Terenzio con la distribuzione dell’Istituto Luce, uscirà presto in dvd. Molto presto si spera. Perchè per gli appassionati di sport sarà un toccante e divertente tuffo nel passato. Per gli altri, un modo per conoscere un piccolo ma importante pezzo di storia italiana. E perchè una partita di tennis, confessa Panatta, è una metafora della vita. “Perdere è un po’ come morire”.