Gli Stati Uniti, si sa, del remake hanno fatto un’arte - ed un’industria - fiorente e variegata, sia al cinema che in tv. Negli ultimi anni, poi, sembra essere scoppiata una vera e propria remaking fever, soprattutto per ciò che concerne il genere horror. A pochi anni di distanza dall’uscita del film originale (com’era accaduto anche per The Ring o per The Grudge), il regista di Cloverfield Matt Reeves ha deciso così di rifare lo svedese Let the Right One In del 2008 in quella che è diventata la sua ultima fatica registica: Blood Story. Tuttavia, cosa che ahimè non sempre accade, il risultato di questa operazione è stato eccezionale. Ha dato infatti la genesi ad un’opera sobria, quasi intimista, eppure intinta nelle atmosfere più dark che il filone vampiresco abbia mai conosciuto in quest’ultima ondata modaiola.
A descrivere i motivi della sua scelta è lo stesso Reeves: “In questa storia ho visto tanti elementi della mia infanzia. Ne è venuto quindi un film molto personale”. Il timore reverenziale verso la storia narrata in origine, spiega, era molto forte. Avendo amato sia il film originale che il libro da cui era tratto, non è stato facile per lui doversi confrontare con una nuova versione. “Il romanzo è fantastico. Ma per adattarlo al film è stato necessario cambiare diverse cose, altrimenti ne sarebbe venuto un film di 10 ore... Sono andato in profondità, cercando di non pensare che fosse la storia scritta da qualcun altro, e ho chiesto anche agli attori di non vedere il film originale”. Un approccio che ha quindi portato ad una visione diversa, soggettiva, in qualche modo inscindibile dalla poetica del suo creatore. “E’ un film sulla solitudine”, giura. Come dargli torto, del resto.
Un’operazione in qualche modo lontana dal mockumentary prodotto dal geniaccio J.J. Abrams che lo aveva reso celebre qualche anno fa. Eppure, a sentire Reeves, la distanza tra Cloverfield e Blood Story non è poi così grande. “La cosa buffa è che sembrano così diversi, ma il mio approccio è molto simile. Del resto, la cosa più bella del cinema è proprio questa: poter sperimentare la visione e le emozioni di un personaggio dal suo preciso punto di vista”.
Anche sul destino dei finti documentari horror e fantascientifici – che Cloverfield ha avuto il merito di rivoluzionare insieme in un colpo solo – Reeves si rivela ottimista. “Sono state fatte molte cose e in modi diversi”, dice. E nel citare alcuni ottimi titoli del filone come The Blair Witch Project ed il recente Monster, mostra una discreta fiducia che il genere si possa rinnovare con proposte sempre nuove e valide. E a questo proposito, non nasconde di star ancora pensando ad un sequel del suo catastrofico film del 2008: “Per ora io e Abrams non abbiamo avuto il tempo di mettere assieme le idee su cosa vogliamo fare per il sequel”, afferma vago Reeves, lasciando però ben sperare che non appena il prolifico JJ si libererà dalle sue prossime incombenze hollywoodiane (in primis, il sequel di Star Trek) il progetto Cloverfield 2 possa diventare un’angosciante realtà.




