“ Bah! Io non l’ho mica capito che cazzo vor dì sta canzone!” E’ una delle considerazioni che sentiamo fare ad Alin, di origini rumene, quando in classe con i suoi compagni italiani canticchia, ormai imparato a memoria, l’inno nazionale. Tra i tanti, questo è uno dei momenti del documentario di Claudio Giovannesi FRATELLI D’ITALIA, su cui anche solo sul piano intuitivo, siamo portati a soffermarci. E’ un lavoro che con il sostegno della Regione Lazio e Istituto Luce ottiene cinque copie in distribuzione e sarà nelle sale dal 7 Maggio. Siamo ad Ostia, all’Istituto Tecnico Commerciale “Paolo Toscanelli”. Pescati dal mucchio notevole di studenti di origini non italiane, tre protagonisti, per tre episodi di realtà. Nader Sarhan 16 anni, genitori egiziani: è fidanzato con una coetanea italiana ed investito dalle relative distrazioni che questo comporta, dunque in un rapporto conflittuale con i genitori che non approvano una frequentazione non concessa dalla loro religione, e che sono preoccupati per il problematico comportamento a scuola; Masha Carbonetti 18 anni, bielorussa adottata a 13 da una famiglia italiana: suo fratello l’ha ritrovata e ricontattata dopo anni di silenzio in seguito alla separazione per via dell’adozione, così lei è intenzionata a raggiungerlo in Bielorussia per riabbracciarlo. Alin Delbaci, 17 anni, genitori rumeni : non si è completamente integrato tra i compagni di classe dai quali percepisce una tacita disapprovazione. Tre esempi, all’interno di un microcosmo notevole, di immigrati di seconda generazione che vivono alla periferia di Roma. Allontanando l’attenzione dai più noti riferimenti alla clandestinità e alla criminalità, attraverso Fratelli d’Italia andiamo affondo a dinamiche complesse che inglobano, mischiandoli bene, l’essere adolescenti , risultare a tutti gli effetti cittadini italiani, il possedere origini straniere. L’esito, come spiega il regista alla conferenza stampa per la presentazione del film, mette a fuoco e fa luce sul vero significato di multi-etnia.
Claudio Giovannesi, l’obiettivo di trasmettere realismo e risultare credibile è riuscito con successo. Eppure in alcuni momenti percepiamo come una manovra dell’andamento realistico verso elementi che appaiono come delle forzature. Alla partita di calcio di Nader, ad esempio, il padre e la fidanzatina si lanciano degli sguardi complici, oppure i momenti in cui Masha si commuove. Quanto del tuo intervento influisce?
“La preparazione al lavoro prevede una prima fase essenziale che è quella del processo di assimilazione. Ovvero Io, insieme alla troupe per un periodo di tempo precedente alle riprese, grazie alla collaborazione di tutti all’Istituto Toscanelli, mi sono infiltrato e amalgamato al gruppo di studenti e insegnanti. Seguivamo le lezioni, eravamo una presenza costante. Quindi ad un certo punto si sono abituati a noi, nessuno ci faceva più caso. La stessa cosa è valsa per quanto riguarda il mio rapporto con i tre protagonisti, entrare nelle loro vite e catturare ciò che la quotidianità ha di più naturale, è stato un processo che ha richiesto il tempo di instaurare una confidenza, un rapporto di fiducia. Da quel momento in poi è stato possibile ottenere che le videocamere lanciate nelle loro vite, potessero risultare invisibili. Per quanto riguarda quelle “forzature” rilevate, è chiaro che non si procede senza delle ipotesi, che vengono fuori da un discorso precedente
con i ragazzi, per identificare il fulcro negli episodi che li riguardano. A quel punto devono realizzarsi o smentirsi tramite azioni mirate. Ad esempio nel caso degli sguardi tra il padre di Nader e la fidanzata Eleonora, è stabilito che l’episodio che riguarda Nader è la difficoltà da parte dei genitori ad accettare questo rapporto, quindi in quella occasione, in cui la partita di calcio di Nader risultava il pretesto, le videocamere erano puntate sul padre e la ragazza che si trovavano seduti vicino assolutamente per caso e hanno agito senza alcun suggerimento. Poi al montaggio avviene una selezione che deve essere una sintesi di quello che vogliamo comunicare, attraverso un’intenzione e un certo, soggettivo lirismo”.
Alla conferenza stampa erano presenti Giorgio Valente che ha prodotto il documentario tramite l’associazione culturale Il Labirinto, ex storico cineclub in Via Pompeo Magno a Roma, Luciano Sovena dell’Istituto Luce, e colei che ai tempi della preparazione era consigliere alla Regione Lazio Giulia Rodano.
Cinque copie per Fratelli d’Italia, un esempio questo, di quanto il finanziamento per i documentari nel nostro paese sia una strada che fa paura percorrere, a causa di un pubblico scarno e per lo più adulto e un insoddisfacente ritorno economico.
Giulia Rodano: “ Il progetto è stato agevolato e il contributo finanziario approvato dalla Regione, perché incontra a pieno un interesse che si è deciso di incentivare, ovvero che emergano attraverso il linguaggio del cinema, a cui gli studenti vanno educati ed avvicinati, storie dalla scuola. Storie che siano rappresentative delle nostre realtà sociali. Con questo stesso obiettivo, la Regione ha indetto bandi di concorso rivolti agli studenti per la realizzazione di documentari. Ci facciamo così promotori di una risposta alternativa, una risposta cinematografica, alle informazioni che vengono divulgate tramite tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa, per ottenere uno sguardo tramite un altro punto di vista, più approfondito. Questo è un piccolo passo, ma è evidente che persistono delle difficoltà, dovute secondo me all’allontanamento dagli aiuti di Stato, questo per me è il vero problema, ovvero più che una questione di soldi, è la modalità degli investimenti che bisogna dirigere secondo un principio maggiormente “educativo” del pubblico”.




