Venerdì, 21 Maggio 2010 18:35

Paolo Zucca: dopo il David per 'L'arbitro' penso a una commedia

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paolo-zuccaVincitore del David di Donatello per il Miglior Cortometraggio nel 2009, Paolo Zucca è un autore che ha sperimentato – e continua a sperimentare- un’ampia gamma di mezzi di espressione artistica. Come soggettista, sceneggiatore e regista si è confrontato con la scrittura di lungometraggi, cortometraggi e spot pubblicitari, come regista ha diretto con successo alcuni di questi lavori. In questa intervista cercheremo di capire quali siano gli strumenti necessari a padroneggiare tecniche tanto diverse, e quali siano i prossimi progetti di Paolo Zucca.

Ripercorrendo le esperienze artistiche degli autori a volte si trascura di ricordare un elemento fondamentale della loro formazione, ossia la preparazione accademica. Prima di girare il tuo cortometraggio L’Arbitro, quale tipo di formazione avevi scelto?

Dopo la Laurea in Lettere Moderne presso l’Università di Firenze ho frequentato la Scuola RAI per sceneggiatori cinematografici e televisivi.  E’ un corso di ottimo livello -della durata di otto mesi- a cui sono ammessi ogni anno una decina di borsisti. Già durante il corso ho iniziato a lavorare per il cinema: ho scritto -con alcuni colleghi- il (brutto) film Gli Angeli di Borsellino, prodotto e distribuito nelle sale dalla C.D.I. Dopo la Scuola RAI ho frequentato i corsi di Regia alla N.U.C.T. di Roma.

Dopo aver studiato sceneggiatura volevo, infatti, imparare anche a realizzare le mie idee e ho approfittato di una borsa di studio della Regione Sardegna. Il corto girato per il diploma alla N.U.C.T., Banana Rossa, ha avuto un buon successo in giro per il mondo. Ho girato anche degli altri corti e una trentina di spot pubblicitari, la maggior parte dei quali sono stati da me anche scritti e prodotti.

La tua esperienza professionale comprende quindi sia la regia di corti narrativi e spot pubblicitari, sia la scrittura di soggetti e sceneggiature per lungometraggi. Quali sono le differenze principali -sul piano tecnico ed espressivo- che bisogna saper padroneggiare per lavorare in ambiti così diversi?

Per quanto riguarda il discorso comunicativo sulla pubblicità, ci sono -a parte rare eccezioni legate al mondo della comunicazione anglo-sassone- una serie di categorie pressoché impraticabili: il brutto, il grottesco, il non-giovane, il triste, l’ansiogeno e tutto ciò che non è immediatamente e semplicemente piacevole. Credo invece che dal punto di vista tecnico la pubblicità abbia molto da insegnare al cinema, sia sul piano della cura e della simbologia dell’immagine sia sul piano dell’efficienza pragmatica in fase di produzione.

Passando al discorso sulla scrittura, la differenza fondamentale tra un corto o uno spot e un lungometraggio è che i primi si possono reggere su una metafora o su un concetto esterno alla narrazione, mentre un lungometraggio deve basarsi necessariamente su una struttura “autoreggente”.  Per l’autore, la difficoltà maggiore sta proprio nel fare in modo che questa struttura sia ben movimentata, poco prevedibile ma allo stesso tempo solida.

Tenendo conto di queste differenze, hai scritto il soggetto de L’Arbitro pensando subito a farne un cortometraggio o avevi altri progetti per quella storia?

Quando ho scritto L’Arbitro non avevo il minimo sospetto del fatto che avrei dovuto produrlo e girarlo in prima persona. Se l’avessi saputo probabilmente sarei stato molto più prudente in fase di scrittura… Volevo semplicemente scrivere un corto e l’ho fatto senza pensarci troppo.  Mi ricordo che il selezionatore del corso RAI mi disse: “Tu sei bravo, ma una cosa così in televisione non ci andrà mai”. Ho scritto il soggetto de L’Arbitro nel 2000, ho iniziato le riprese otto anni dopo e le ho ultimate in otto giorni e mezzo …

Come hai ottenuto i fondi necessari alla produzione? E soprattutto, hai girato con un budget adeguato o hai dovuto rinunciare a qualcosa?

Ho vinto un bando promulgato dall’Istituto Superiore Etnografico della Sardegna, dopodiché sono stato finanziato anche da altri Enti Locali. Ma purtroppo quando si lavora  a un livello tecnico elevato i fondi non bastano mai, per cui ho anche dovuto investire dei soldi miei.

Per motivi di budget ho rinunciato molto dolorosamente a girare in pellicola, ma ho avuto anche la disponibilità dalla maggior parte degli attori a rinunciare al proprio compenso economico. Ho dovuto anche tagliare le spese per gli assistenti di produzione, per cui ho dovuto fare quasi tutto da solo, dall’acquisto degli ovini di scena al lavaggio serale delle magliette sporche

.Una volta ultimato il corto, come hai cercato di distribuirlo e promuoverlo?

Mi sono mosso prevalentemente attraverso i festival, con l’aiuto prezioso dell’Istituto Etnografico della Sardegna.  Attualmente L’Arbitro è distribuito anche dalla FICE in 400 sale Italiane e dall’Accademia del Cinema di Francia con un tour che tocca le principali capitali europee (www.lesnuitsenor.com).

Il tour promozionale per un cortometraggio è un’esperienza bella, divertente e molto comoda: c’è sempre qualcuno che viene a prenderti e ti porta in un albergo già pagato. I ricordi più belli sono però legati alle persone che lavorano per i festival: spesso si tratta di giovani volontari aperti al dialogo, amanti del cinema, disponibili e gentili oltre ogni possibile aspettativa. Queste esperienze mi ripagano dal dover essere –come molti autori di corti- anche produttore e ufficio stampa di me stesso: un’esperienza che non amo affatto…

Del mio tour in giro per il mondo ho un ricordo in particolare: il brunch della premiazione al Los Angeles Film Festival, con John Voight e Pusceddu, il protagonista del mio corto. Non è successo niente di particolare -non abbiamo nemmeno vinto- ma è stato un momento molto divertente, forse anche per via dei bloody mary offerti dalla casa…

L’Arbitro ha vinto il premio David di Donatello come Miglior Cortometraggio nel 2009: ti aspettavi di entrare nella cinquina dei nominati? E cosa ricordi della serata di premiazione?

Dopo aver vinto il Premio della Giuria a Clermont-Ferrand, ho iniziato a capire che avrei potuto far parte dei nominati per il David di Donatello. Infatti, ho anche scritto alla segreteria affinché la notizia della mia vittoria a Clermont-Ferrand fosse comunicata ai giurati. Ricordo che il giorno della premiazione ricevetti dall’organizzazione l’ordine tassativo di prendere il premio senza dire una parola. E ricordo la mia volontà di dire qualcosa, almeno una parola di ringraziamento, a tutti i costi. Sono riuscito a ringraziare pubblicamente l’intero paese sardo di Bonarcado, che aveva partecipato con grande generosità alla realizzazione del corto, e la cosa è stata molto apprezzata.paolo-zucca-arbitro

Vincere un David mi ha procurato dei contatti con diversi produttori, ma se devo dire la verità, i progetti a cui sto lavorando erano già in fase di sviluppo. Spero tuttavia che il David mi aiuti a ottenere più velocemente dei finanziamenti.

Hai un consiglio o una raccomandazione da fare al vincitore del David di Donatello del 2010 per il Miglior Cortometraggio?

Probabilmente sarà contattato da diverse case di produzione. Il mio consiglio è di presentarsi con un progetto in mano, o con un romanzo i cui diritti siano disponibili sul mercato.

In questo periodo stai lavorando alla scrittura del soggetto di un lungometraggio tratto da L’Arbitro: sei partito dal corto o da una precedente versione?

Sono partito dal corto e da alcuni appunti di lavoro che avevo conservato, come faccio sempre. Poi mi sono documentato molto, soprattutto riguardo alla trama che coinvolge l’arbitro Pusceddu negli ambienti del calcio che conta. Diciamo che la differenza maggiore tra i due progetti sta nel fatto che Il corto più che altro evocava una situazione, cioè una partita un po’ assurda d’infima categoria. Il lungo cerca invece di raccontare anche una storia che si sviluppa attraverso l’intero campionato, facendoci  conoscere molto meglio i suoi personaggi principali.

Mi ha incoraggiato a lavorare a questo soggetto per lungometraggio Amedeo Pagani, con il quale collaboravo allo sviluppo di un altro progetto (Il Vangelo secondo Maria). Gli ho parlato della mia idea, e lui si è dimostrato subito entusiasta. In fase di scrittura mi confronto sempre in prima battuta con Amedeo e con sua moglie Barbara Alberti, il mio principale mentore sul fronte drammaturgico e poetico. Poi ho qualche amico che si diverte a leggere e ad avanzare delle critiche raramente costruttive, ma pur sempre utili. Devo dire però che sul fronte della scrittura soffro un po’ la solitudine.

Ci hai parlato di un progetto a cui stai lavorando con Amedeo Pagani: a parte questo soggetto, ne stai sviluppando altri?

Sto lavorando al progetto per un film con il produttore Fabrizio Mosca (I Cento Passi, Nuovo Mondo).  E’ una commedia poetica e surreale ambientata in Sardegna. In questi giorni ci sarà un’importante audizione con una commissione di valutazione nominata dalla Regione Sardegna al fine di assegnare dei finanziamenti al cinema. Incrociamo le dita. Per lavorare a questi due progetti di lungometraggio vado a Roma ogni quindici giorni per incontrare i produttori. Ma se abitassi a Roma cambierebbe poco: entrambi i progetti sono fortemente legati alla mia regione e a un immaginario surreale che nasce da quello che vedo quotidianamente, abitando la frontiera occidentale di una terra sgangherata come la Sardegna.

 

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