Martedì, 13 Dicembre 2011 23:31

Tahar Rahim, un principe diviso tra tradizione e modernità

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Presentato a Roma il nuovo film di Jean Jacques Annaud Il principe del deserto. Abbiamo incontrato il regista e il protagonista dell pellicola Tahar Rahim.

Il regista Jean Jacques Annaud ha realizzato tantissimi film, sia in Francia che ad Hollywood. Il suo nome, però, ancor prima che ai kolossal come Il nemico alle porte e Sette Anni Tibet, dove ha diretto star come Jude Law e Brad Pitt, nel nostro paese è legato indissolubilmente alla trasposizione de Il nome della rosa, pellicola che oltre a portare sul grande schermo uno dei libri italiani più venduti di sempre, brilla della lucente performance di uno Sean Connery d’annata. Oggi, a quasi trent’anni da quel film, accompagnato dal suo protagonista Tahar Rahim, il regista francese è tornato in Italia per presentare la sua ultima opera, Il principe del deserto.


Dopo aver affrontato l’inevitabile paragone con il Lawrance d’Arabia“Ho amato tantissimo quel film ma non lo vedo da una ventina di anni”- Annaud inizia subito spiegando quale sia il motivo principale che lo spinge a realizzare pellicole epiche, ambientate in terre ed epoche lontane: “Io amo viaggiare, soprattutto nei luoghi dove è impossibile arrivare comprando solo un biglietto aereo. Sono convinto, infatti, che noi occidentali abbiamo quasi del tutto esaurito le storie da raccontare, mentre in culture diverse dalla nostra ce ne di meravigliose. Abbiamo il dovere di rivolgere il nostro sguardo li ma con onestà di salvaguardare le loro prospettive e punti di vista. Ho la nausea delle sceneggiature in cui un americano si ritrova a scoprire un paese esotico. Con questo film, oltre che con Il nemico alle porte, ho cercato di raccontare storie e personaggi lontanissimi dalla cultura anglosassone e non per questo meno meritevoli o interessanti. Inoltre io sono solito pensare che il passato è eterno e quindi sempre utile da raccontare, perché pieno di spunti attuali. Non è un caso che questo film, nonostante sia ambientato nei primi decenni del novecento, abbia cosi tanti legami con quello che sta succedendo ora nel Maghreb”.


Incalzato proprio sul rapporto della pellicola con la situazione attuale nel mondo arabo,il regista continua la sua riflessione. “Quando abbiamo scritto il film, che è tratto da un libro di diversi anni fa (Il paese delle ombre corte di Hans Ruesch), non avevamo in mente certo la primavera araba e le rivolte in Libia, eppure, come si vede nel film, molte delle situazioni che racconto si ripetono ancora adesso. Una per tutte è l’equilibrio che la cultura araba vive tra la tradizione e la modernità. Il mio protagonista, il principe Auda è la sintesi tra queste due visioni. Credo che questo sia il lato più importante del film e quello che ha consentito alla pellicola di riscuotere molto successo nei paesi mediorientali, oltre al fatto che per una volta gli arabi non si sono visti sullo schermo rappresentati come dei terroristi fanatici” aggiunge ironico il regista.


Dello stesso parere è l’attore Tahar Rahim che, dopo aver scherzato sugli incidenti sul set “Omar Sharif dice che è difficilissimo galoppare un cammello. Anche i cavalli non sono da meno visto che ho rischiato di farmi davvero male” chiude parlando del suo personaggio: “Auda è stato per me un’enorme miniera di spunti e prospettive. Quando avevo dei dubbi su che strada dovesse prende mi rifugiavo nella sceneggiatura e trovavo nuove chiavi per metterlo in scena. Lui è prima di tutto un intellettuale devoto al Corano, poi le circostanze lo portano a diventare uno stratega ed un leader carismatico, infine lo lasciamo come sovrano tollerante che vuole condurre il suo popolo verso la modernità. E’ grazie ad un personaggio cosi positivo che sono riuscito a discostarmi dal selvaggio Malik de Il profeta.”

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