17 Dec
Erik Gandini e la malvagità del banale
Scritto da Valeria Jannetti |
 

Foto di Valeria Jannetti

Foto di Valeria Jannetti

«La realtà cambierà anche in Italia, questa idea di monopolio mediatico televisivo è destinata a morire». La nostra Valeria Jannetti ha incontrato Erik Gandini, il regista di Videocracy, nello spazio del Politecnico Fandango in occasione della pubblicazione del cofanetto DVD+libro di Fandango Libri


Impossibile non iniziare dalla cronaca, e dunque il discorso è caduto sull'aggressione a Berlusconi.

E.G.- Da documentarista cerco di evitare l'approccio giornalistico e quindi lo scoop: cerco di trascendere, di andare a cercare qualcosa che possa rimanere in una visione “storica”. Le premesse bastano di per sé. Abbiamo speso più tempo a cercare la musica giusta, la struttura fra i personaggi più che informazioni sconosciute da proporre. Se dovessi realizzare un nuovo “Videocracy” eviterei di nuovo gli scandali, cercherei qualcosa di più “mitologico”.

A proposito dell'aggressione subita da Berlusconi, la tensione in Italia è sicuramente forte. Mi sembra più forte l'attacco mediatico di un Corona o di una D'Addario. Il Duomo è un simbolo di una tensione forte, e secondo me diventa lo strumento attraverso il quale Berlusconi diventa ancora di più forte, in quanto vittima. Questa è la vera “Videocrazia”, presentare una realtà più forte di quella che è poi la verità. Berlusconi non è una vittima, è l'uomo con più privilegi in Italia. Questo è un dato di fatto.

C'è una differenza fra la visione del tuo documentario all'estero piuttosto che in Italia.

E.G.- All'estero quello che tutti dicono è che la cultura della banalità, non è presente solo in Italia. La differenza è che in Svezia, per esempio, tutti possono fare televisione, e questo riporta tutto in una dimensione più “normale”. Un'altra differenza forte consiste nel fatto che se in Svezia esce in televisione uno scandalo, nessuno dice “è un attacco della sinistra”, viene visto come una realtà, un dato di fatto. Le verità, oggi, in Italia, vengono ridotte ad opinioni.

Il tuo film a chi è rivolto?

E.G.- Spero che chi si vede il film solo per vedere Corona nudo possa comunque raccogliere il messaggio. Chi si aspettava l'attacco frontale a Berlusconi è rimasto comunque deluso. Il mio film non è così. E' un'analisi. Io comunque sono molto ottimista. Spero che possa far venire la voglia di realizzare film come questo. In Italia manca la cultura documentaristica. Mi viene in mente una cosa. Se prendi il programma col quale inizia il film, nessuno alla fine degli anni '70 avrebbe pensato che sarebbe stato l'inizio della rivoluzione culturale. Ecco, magari vale anche per “Videocracy”, magari anche un film simile può far venir voglia di realizzarne sempre di più.

E' più forte il cinema o la televisione?

E.G.- Per avere accesso ai mondi nei quali sono entrato, devo usare il linguaggio che loro usano. L'intervista nel loro mondo è contemplata, mentre già il filmmaker indipendente per loro esiste poco. Più la telecamera è piccola, più sembri un signor nessuno. Anche il cinema, adesso, sempre di più si può ridurre al piccolo, alla persona singola, mentre il risultato può essere da “grande schermo”.

A questo riguardo vi consiglio “L'incubo di Darwin”. Mi piace raccontare il mio tempo attraverso il cinema. Al cinema si cercano e si trovano sentimenti che solo il grande schermo può dare. E spero che “Videocracy” possa cogliere questi mood, questi sentimenti, queste tendenze che ci sono in Italia in questi anni. Per quanto riguarda la struttura documentario, non sai mai come si svolgerà bene il lavoro. Se la fiction si basa sulla sceneggiatura, col documentario il lavoro è all'inverso, non sai quali personaggi potranno rispondere, e come. Il lavoro è dopo averlo girato, il montaggio diventa la sceneggiatura, e mi piace molto la componente dell'imprevedibilità. Strada facendo tanti personaggi sono stati scartati, anche per realizzare “Videocracy” abbiamo scartato persone estremamente noiose. Per assurdo, queste persone della televisione sono estremamente banali, parlano in maniera superficiale, si fa fatica a trovare un significato che vada oltre alla frase fatta.

Infatti, in televisione le parole mutano significato, per esempio di fronte alla foto di Berlusconi con la bandana una donna lo definisce “naturale”.

E.G.- Questa è la chiave del film, per me. Tutte queste logiche paradossali che vengono fuori. Per esempio, Corona che si presenta come ribelle, dice che odia i vip ma è tutta apparenza, lui ammira Berlusconi ed è un reazionario: lui vuole fare i soldi, vuole il potere. Sfida l'establishment, va contro il potere, pur essendoci dentro. La sua idea di verità è interessante, lui dice che tutti rubano, solo che lui lo dice. Ad esempio Lele Mora si sente fascista, mentre io penso che sia solo apparenza, è una mancanza di ideologia, è una questione estetica, non c’è una idea fascista vera in lui... La malvagità del banale. All'improvviso tutte queste banalità si rivelano malvagie, negative, e questa è una cosa nuova, da documentare. Io penso che sia arrivato il momento di riappropriarci del linguaggio. È in quel momento che diventi davvero pericoloso, in Italia: usando le immagini. Noi siamo rassegnati a fare i consumatori passivi, mentre è davvero bello riuscire a raccontare questi personaggi come non vorrebbero mai essere rappresentati. C'è anche uno scontro fra la loro cultura, e quella mia di filmmaker indipendente. La mia tecnica è di lasciarli fare, con la speranza che dandogli lo spazio loro commettano una sorta di suicidio, come nel film degli anni '70 su Idi Amin, il dittatore dell’Uganda di Barbet Schoroeder in cui alla fine viene presentato un dittatore infantile a cui è stato dato spazio, con un effetto del ridicolo che si ottiene per esempio con una canzone come “Meno male che Silvio c'è” che hanno fatto loro stessi.

Il pubblico televisivo, il monopolio.

E.G.- I tempi cambiano: Berlusconi ha 73 anni, i programmi sono scelti dalle singole persone tramite internet… Ad esempio all'estero il problema è il contrario, che la tv perde pubblico. La realtà cambierà anche qui, questa idea di monopolio mediatico televisivo è destinata a morire. Io spero che cambi anche l'approccio, questa rassegnazione da pubblico, perché mai come adesso il singolo può avere la possibilità di fare tv, realizzare. La forma del video-diary, per esempio, adesso è una realtà.

Le possibilità sono davvero molte. Il monopolio è destinato a soccombere. Paradossalmente anche Corona lancia questo messaggio, quando lui dice: ho usato un'arma che possono avere tutti, la macchina fotografica, e l'ho usata per arrivare al potere. Con altri tipi di verità e un altro approccio è lo stesso messaggio mio, l'idea diversa è quella di riappropriarsi della verità. C'è un grande bisogno di verità, conseguenza dei sorrisi finti televisivi. Anche di “verità emotive”: se tu monti le immagini delle veline che ballano e le monti sopra una musica diversa, all'improvviso tu ributti fuori le stesse immagini che prima subivi con una verità differente, forse più reale.

Mi piacerebbe svedesizzare l'Italia, non con l'Ikea ma con le idee che tanto mi hanno formato ed ispirato: dobbiamo aprirci e confrontarci, mentre in Italia c'è una chiusura ermetica. È il momento di aprire tutto e pensare in modo diverso. Cercare le tue verità.

doppioschermo

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