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Il cinema è un linguaggio universale. Paolo Sorrentino pronto per gli States

sorrentinoReduce dalla cinquina in lizza per il Premio Strega con il suo ‘Hanno tutti ragione’, Paolo Sorrentino è pronto a girare il suo prossimo film This Must Be the Place.

Tra le fila dei protagonisti, i premi Oscar Sean Penn e Frances Mc Dormand. Per un progetto che coinvolge la Indigo Film, la Lucky red e la Medusa film, il regista de Il Divo, è pronto al debutto in lingua inglese. In diretta da New York, Sorrentino ha presentato in brevi cenni per non anticipare nulla, il film che vedrà l’inizio delle riprese il mese prossimo.

Una video conferenza che ha collegato Milano, dove erano presenti Giampaolo Letta, amministratore delegato della Medusa Film, Carlo Rossella, presidente della Medusa,  Nicola Giuliano della Indigo Film e Andrea Occhipinti della Lucky Red, agli States.

Una location insolita per la presentazione del film di Sorrentino. All’interno della sede meneghina di Intesa Sanpaolo, le indiscrezioni su This Must Be the Place. La prossima scommessa del regista, come lui stesso ho precisato “ha un protagonista che cerca di comporre la sua famiglia e quella dell’Europa”.

Si tratta di Cheyenne, rock star ritiratasi dalla scene che,  dopo la morte del padre viene a conoscenza del dramma che aveva vissuto come internato ad Auschwitz e dell’umiliazione inflittagli da un ufficiale delle SS.

Abbandonando la sua vita annoiata di pensionato benestante, parte alla volta di un viaggio che cambierà  la sua vita, alla ricerca di un ex criminale nazista, persecutore del padre, che si nasconde negli States.

“Il film si muove su due binari – spiega Sorrentino – uno molto intimo di un mancato rapporto tra padre e figlio e l’altro più ambizioso. Parlo dell’olocausto senza l’idea di dare una risposta ma provando un tentativo di pacificazione nell’orrore di quei giorni”.

“E’ un film solare, aperto, in cui il protagonista non è un portatore di mistero, come nei miei film precedenti” ha aggiunto il regista.

Dopo l’incontro avvenuto al Festival di Cannes, il presidente della Giuria, Sean Penn aveva lasciato un messaggio a Sorrentino: “Tenetemi presente”. Nasce da qui il progetto che vede anche la coproduzione con Irlanda e Francia, precisamente con la Irish Film Board e la Eurimages.

Costerà in tutto 28 milioni di dollari coinvolgendo infatti, capitali europei. Ma alla conferenza stampa erano presenti anche il direttore generale Divisione Corporate di Intesa Sanpaolo Gaetano Miccichè e il consigliere delegato Corrado Passera. Con il 10 per cento, pari a 2,5 milioni di euro, Intesa Sanpaolo attraverso la sua controllata Imi Investimenti parteciperà alla produzione del film del regista de Le conseguenze dell’amore, affiancandosi al 20 per cento della Indigo Film, della Lucky Red e della Medusa Film.

“Alla luce dello sforzo economico insolito nel nostro Paese – chiosa in conclusione Sorrentino – vorrei rassicurare i produttori: il cinema è un linguaggio universale”.

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Marta Iacopini: Con Ciao Ciao sono cresciuta. Ora cinema e teatro

marta-iacopiniMarta Iacopini lavora principalmente come interprete, dividendosi tra cinema, tv e teatro. La sua carriera nel mondo dello spettacolo innizia come conduttrice di programmi per ragazzi. Ultimamente è stata impegnata nel film tv Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu (2007) di Marco Turco dove ha interpretato la parte di Elena, e nel lungometraggio La Strategia degli Affetti diretto da Dodo Fiori, regista con cui Marta ha già lavorato nel 2005 ne Il silenzio intorno. L'attrice milanese, ora impegnata a teatro, si racconta a Doppioschermo e ci svela i suoi progetti futuri.

Come è nata la collaborazione artistica con Dodo Fiori, regista che ti ha diretto nel 2004 ne L'Ultima Fermata e nel 2008 ne La strategia degli affetti?

«Poco prima di cominciare a girare L’ultima fermata, Dodo ultimava le modifiche al suo copione e si dedicava allo studio di quanto aveva scritto collaborando con un’acting coach, Francesca Viscardi, che aveva elaborato il suo metodo in anni di attività americana accanto a Susan Batson. In quel periodo frequentavo costantemente le classi di Francesca ed ebbi così il modo di fare il provino. Dodo fu molto soddisfatto del primo film insieme e così quando scrisse il secondo mi chiamò, perché un ruolo sembrava proprio fatto su misura per me».

Nel lavoro ti dividi tra tv, teatro e cinema. Quale mezzo espressivo prediligi e perché?

«Per la mia esperienza  sono tre realtà di vita e professionali molto distinte, ma al tempo stesso, come in un processo osmotico, si influenzano tra loro. Comunque in tutti i casi la vera sfida che cerco di cogliere in ogni lavoro è di mettermi al servizio del mezzo comunicativo, cercando il più possibile di tenere a bada ogni compiacimento narcisistico».

In passato hai condotto programmi per ragazzi come Ciao Ciao, che ricordo hai di quell'esperienza?

«Meravigliosa, sono stati anni di importante formazione professionale. Eravamo tutti giovani e siamo cresciuti sul campo, ricordo con grande affetto tutte le persone al di qua e al di là del piccolo schermo».

Hai anche recitato in numerose fiction, ce n'è una a cui sei particolarmente legata?

«Più che un ricordo in particolare, ricordo la particolare sensazione di ricominciare ogni volta: entrare in gruppi già amalgamati, farsi conoscere e conquistare la fiducia, lavorare con passione e poi finire lasciando tutti con un po’ di malinconia, sperando che presto possa tutto ricominciare».martaiacopini

Il regista Francesco Vicario ti ha diretto in diverse serie tv tra cui anche I Cesaroni, programma che ha riscosso un grande successo di pubblico. Secondo te quale è il segreto di una fiction vincente come questa?

«I personaggi, le dinamiche fra loro e la veridicità degli accadimenti. Conosco molto bene Francesco e è un maestro nel mettere in evidenza con ironia quella che è la vita normale e anormale di tutti noi, per questo poi ci si riconosce».

Cosa pensi invece del cinema italiano?

«Non ha distribuzione!»

Che genere di film ami guardare?

«I film gialli, mi fanno paura da morire, ma non riesco a farne a meno».

C'è un regista che preferisci o con cui ti piacerebbe lavorare?

«Woody Allen, Lars von Trier, Carlo Mazzacurati…bel minestrone eh!»

C'è un modello attoriale a cui ti ispiri?

«Sono così tanti gli attori davvero bravi, certo quelli che amo sono quelli che offrono pienamente la loro umanità: A Pacino (che sul mio desktop del computer), Eleonora Duse, Julienne Moore, Franca Valeri , Emma Thomson, Walter Chiari, Isabell Hupert, Franco Branciaroli, Galatea Ranzi, Daniel Auteuil, e tanti colleghi con cui ho avuto il piacere di lavorare non di fama, ma di grande talento».

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«Teatro, sto lavorando con Duccio Camerini. A luglio debutteremo con “Antonio e Cleopatra”. Shakespeare è per me una grande prova che mi spaventa e mi stimola. Duccio è un regista d’eccezione… che dire, farò di tutto per  essere all’altezza!?»

Nel 2000 hai preso parte anche a Casa Vianello. Che ricordo hai di un grande artista come Raimondo Vianello?

«È stata un’esperienza breve, ma naturalmente ricordo con grande dolcezza l’eleganza dell’uomo, la cordialità del professionista e la silente complicità della coppia».

Oggi c'è una grande interazione tra i diversi media quali cinema, teatro, tv.  Il cinema si trova a volte a  utilizzare linguaggi e mezzi espressivi propriamente teatrali mentre a teatro spesso assistiamo a spettacoli con proiezioni, videoclip o che comunque sperimentano nuove forme di comunicazione. Tu che lavori in diversi ambiti dello spettacolo cosa pensi di questa commistione?

«I mezzi di comunicazione in quanto tali non posso chiudersi in recinti rigidi, altrimenti rischiano di morire. Bisogna realisticamente rendersi conto come il mondo evolve, affinché si continuino a comunicare contenuti. Forse è questo il punto, come operatori del settore bisogna chiedersi che cosa, al dei là del mezzo, stiamo “ancora” comunicando».

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Paolo Zucca: dopo il David per 'L'arbitro' penso a una commedia

paolo-zuccaVincitore del David di Donatello per il Miglior Cortometraggio nel 2009, Paolo Zucca è un autore che ha sperimentato – e continua a sperimentare- un’ampia gamma di mezzi di espressione artistica. Come soggettista, sceneggiatore e regista si è confrontato con la scrittura di lungometraggi, cortometraggi e spot pubblicitari, come regista ha diretto con successo alcuni di questi lavori. In questa intervista cercheremo di capire quali siano gli strumenti necessari a padroneggiare tecniche tanto diverse, e quali siano i prossimi progetti di Paolo Zucca.

Ripercorrendo le esperienze artistiche degli autori a volte si trascura di ricordare un elemento fondamentale della loro formazione, ossia la preparazione accademica. Prima di girare il tuo cortometraggio L’Arbitro, quale tipo di formazione avevi scelto?

Dopo la Laurea in Lettere Moderne presso l’Università di Firenze ho frequentato la Scuola RAI per sceneggiatori cinematografici e televisivi.  E’ un corso di ottimo livello -della durata di otto mesi- a cui sono ammessi ogni anno una decina di borsisti. Già durante il corso ho iniziato a lavorare per il cinema: ho scritto -con alcuni colleghi- il (brutto) film Gli Angeli di Borsellino, prodotto e distribuito nelle sale dalla C.D.I. Dopo la Scuola RAI ho frequentato i corsi di Regia alla N.U.C.T. di Roma.

Dopo aver studiato sceneggiatura volevo, infatti, imparare anche a realizzare le mie idee e ho approfittato di una borsa di studio della Regione Sardegna. Il corto girato per il diploma alla N.U.C.T., Banana Rossa, ha avuto un buon successo in giro per il mondo. Ho girato anche degli altri corti e una trentina di spot pubblicitari, la maggior parte dei quali sono stati da me anche scritti e prodotti.

La tua esperienza professionale comprende quindi sia la regia di corti narrativi e spot pubblicitari, sia la scrittura di soggetti e sceneggiature per lungometraggi. Quali sono le differenze principali -sul piano tecnico ed espressivo- che bisogna saper padroneggiare per lavorare in ambiti così diversi?

Per quanto riguarda il discorso comunicativo sulla pubblicità, ci sono -a parte rare eccezioni legate al mondo della comunicazione anglo-sassone- una serie di categorie pressoché impraticabili: il brutto, il grottesco, il non-giovane, il triste, l’ansiogeno e tutto ciò che non è immediatamente e semplicemente piacevole. Credo invece che dal punto di vista tecnico la pubblicità abbia molto da insegnare al cinema, sia sul piano della cura e della simbologia dell’immagine sia sul piano dell’efficienza pragmatica in fase di produzione.

Passando al discorso sulla scrittura, la differenza fondamentale tra un corto o uno spot e un lungometraggio è che i primi si possono reggere su una metafora o su un concetto esterno alla narrazione, mentre un lungometraggio deve basarsi necessariamente su una struttura “autoreggente”.  Per l’autore, la difficoltà maggiore sta proprio nel fare in modo che questa struttura sia ben movimentata, poco prevedibile ma allo stesso tempo solida.

Tenendo conto di queste differenze, hai scritto il soggetto de L’Arbitro pensando subito a farne un cortometraggio o avevi altri progetti per quella storia?

Quando ho scritto L’Arbitro non avevo il minimo sospetto del fatto che avrei dovuto produrlo e girarlo in prima persona. Se l’avessi saputo probabilmente sarei stato molto più prudente in fase di scrittura… Volevo semplicemente scrivere un corto e l’ho fatto senza pensarci troppo.  Mi ricordo che il selezionatore del corso RAI mi disse: “Tu sei bravo, ma una cosa così in televisione non ci andrà mai”. Ho scritto il soggetto de L’Arbitro nel 2000, ho iniziato le riprese otto anni dopo e le ho ultimate in otto giorni e mezzo …

Come hai ottenuto i fondi necessari alla produzione? E soprattutto, hai girato con un budget adeguato o hai dovuto rinunciare a qualcosa?

Ho vinto un bando promulgato dall’Istituto Superiore Etnografico della Sardegna, dopodiché sono stato finanziato anche da altri Enti Locali. Ma purtroppo quando si lavora  a un livello tecnico elevato i fondi non bastano mai, per cui ho anche dovuto investire dei soldi miei.

Per motivi di budget ho rinunciato molto dolorosamente a girare in pellicola, ma ho avuto anche la disponibilità dalla maggior parte degli attori a rinunciare al proprio compenso economico. Ho dovuto anche tagliare le spese per gli assistenti di produzione, per cui ho dovuto fare quasi tutto da solo, dall’acquisto degli ovini di scena al lavaggio serale delle magliette sporche

.Una volta ultimato il corto, come hai cercato di distribuirlo e promuoverlo?

Mi sono mosso prevalentemente attraverso i festival, con l’aiuto prezioso dell’Istituto Etnografico della Sardegna.  Attualmente L’Arbitro è distribuito anche dalla FICE in 400 sale Italiane e dall’Accademia del Cinema di Francia con un tour che tocca le principali capitali europee (www.lesnuitsenor.com).

Il tour promozionale per un cortometraggio è un’esperienza bella, divertente e molto comoda: c’è sempre qualcuno che viene a prenderti e ti porta in un albergo già pagato. I ricordi più belli sono però legati alle persone che lavorano per i festival: spesso si tratta di giovani volontari aperti al dialogo, amanti del cinema, disponibili e gentili oltre ogni possibile aspettativa. Queste esperienze mi ripagano dal dover essere –come molti autori di corti- anche produttore e ufficio stampa di me stesso: un’esperienza che non amo affatto…

Del mio tour in giro per il mondo ho un ricordo in particolare: il brunch della premiazione al Los Angeles Film Festival, con John Voight e Pusceddu, il protagonista del mio corto. Non è successo niente di particolare -non abbiamo nemmeno vinto- ma è stato un momento molto divertente, forse anche per via dei bloody mary offerti dalla casa…

L’Arbitro ha vinto il premio David di Donatello come Miglior Cortometraggio nel 2009: ti aspettavi di entrare nella cinquina dei nominati? E cosa ricordi della serata di premiazione?

Dopo aver vinto il Premio della Giuria a Clermont-Ferrand, ho iniziato a capire che avrei potuto far parte dei nominati per il David di Donatello. Infatti, ho anche scritto alla segreteria affinché la notizia della mia vittoria a Clermont-Ferrand fosse comunicata ai giurati. Ricordo che il giorno della premiazione ricevetti dall’organizzazione l’ordine tassativo di prendere il premio senza dire una parola. E ricordo la mia volontà di dire qualcosa, almeno una parola di ringraziamento, a tutti i costi. Sono riuscito a ringraziare pubblicamente l’intero paese sardo di Bonarcado, che aveva partecipato con grande generosità alla realizzazione del corto, e la cosa è stata molto apprezzata.paolo-zucca-arbitro

Vincere un David mi ha procurato dei contatti con diversi produttori, ma se devo dire la verità, i progetti a cui sto lavorando erano già in fase di sviluppo. Spero tuttavia che il David mi aiuti a ottenere più velocemente dei finanziamenti.

Hai un consiglio o una raccomandazione da fare al vincitore del David di Donatello del 2010 per il Miglior Cortometraggio?

Probabilmente sarà contattato da diverse case di produzione. Il mio consiglio è di presentarsi con un progetto in mano, o con un romanzo i cui diritti siano disponibili sul mercato.

In questo periodo stai lavorando alla scrittura del soggetto di un lungometraggio tratto da L’Arbitro: sei partito dal corto o da una precedente versione?

Sono partito dal corto e da alcuni appunti di lavoro che avevo conservato, come faccio sempre. Poi mi sono documentato molto, soprattutto riguardo alla trama che coinvolge l’arbitro Pusceddu negli ambienti del calcio che conta. Diciamo che la differenza maggiore tra i due progetti sta nel fatto che Il corto più che altro evocava una situazione, cioè una partita un po’ assurda d’infima categoria. Il lungo cerca invece di raccontare anche una storia che si sviluppa attraverso l’intero campionato, facendoci  conoscere molto meglio i suoi personaggi principali.

Mi ha incoraggiato a lavorare a questo soggetto per lungometraggio Amedeo Pagani, con il quale collaboravo allo sviluppo di un altro progetto (Il Vangelo secondo Maria). Gli ho parlato della mia idea, e lui si è dimostrato subito entusiasta. In fase di scrittura mi confronto sempre in prima battuta con Amedeo e con sua moglie Barbara Alberti, il mio principale mentore sul fronte drammaturgico e poetico. Poi ho qualche amico che si diverte a leggere e ad avanzare delle critiche raramente costruttive, ma pur sempre utili. Devo dire però che sul fronte della scrittura soffro un po’ la solitudine.

Ci hai parlato di un progetto a cui stai lavorando con Amedeo Pagani: a parte questo soggetto, ne stai sviluppando altri?

Sto lavorando al progetto per un film con il produttore Fabrizio Mosca (I Cento Passi, Nuovo Mondo).  E’ una commedia poetica e surreale ambientata in Sardegna. In questi giorni ci sarà un’importante audizione con una commissione di valutazione nominata dalla Regione Sardegna al fine di assegnare dei finanziamenti al cinema. Incrociamo le dita. Per lavorare a questi due progetti di lungometraggio vado a Roma ogni quindici giorni per incontrare i produttori. Ma se abitassi a Roma cambierebbe poco: entrambi i progetti sono fortemente legati alla mia regione e a un immaginario surreale che nasce da quello che vedo quotidianamente, abitando la frontiera occidentale di una terra sgangherata come la Sardegna.

 

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Incontro con la neo-regista Stefania Sandrelli

Stefania-sandrelliIncontriamo il cast di Christine Cristina, presenti all’incontro Stefania Sandrelli (al suo debutto nel ruolo di regista), sua figlia Amanda in qualità di attrice protagonista e altri interpreti rilevanti nella pellicola (Alessandro Haber, Paola Tiziana Cruciani, Blas Roca Rey, Roberto Herlitzka), in occasione della presentazione alla stampa del film alla Casa del Cinema di Roma.

Per prima cosa, si è voluto rimarcare il genere “di nicchia” al quale l’opera cinematografica è irrimediabilmente destinata: essa, infatti, verrà distribuita solo in alcune sale selezionate (esclusi i multiplex) e in non più di 20 copie. Il suo obiettivo non è quello di fare grandi incassi; per rientrare almeno nelle spese si punterà sul passaparola fra gli amanti dei film storico-culturali e in costume.

Dopo questa breve introduzione, la parola è passata subito in mano a Stefania Sandrelli. Ha voluto innanzitutto ricordare il contributo fondamentale al film dello sceneggiatore Furio Scarpelli, recentemente scomparso e coadiuvato nella scrittura di questo suo ultimo copione dal figlio Giacomo, da Marco Tiberi e dalla stessa Stefania.

In questa occasione, egli si era occupato soprattutto della ricomposizione dei testi in versi, cantati poi nel corso dello svolgimento del film dal trovatore Charleton (Alessandro Haber). Sebbene sia ancora possibile rinvenire le poesie originali di Cristina da Pizzano, esse non si sarebbero potute utilizzare per il grande schermo poiché di difficile comprensibilità. Le parole della lettera che l’eroina scrive al figlio nella scena finale, al contrario, non sono state rimaneggiate in alcun modo.

Stefania Sandrelli ha poi cominciato a rispondere con piacere alle domande dei giornalisti presenti al dibattito.

Come le è venuta l’idea di realizzare un film su una donna vissuta nel Medioevo, ma già così anticonformista?

Tutto è cominciato andando a cercare nel periodo di Natale dei libri interessanti da regalare. Per caso, fra i volumi, scorsi la miniatura di una donna che attirò la mia attenzione. Sono venuta così a conoscenza della storia appassionante di Christine, il cui corso cambia radicalmente alla morte del marito, del padre e del re Carlo V che proteggeva la sua famiglia. É proprio in questo periodo così difficile della sua vita che dimostrerà il suo coraggio, la sua caparbietà di non sottomettersi al potere e il suo talento artistico, cominciando a scrivere dei versi alquanto rivoluzionari per quell’epoca.

Del personaggio ho amato proprio la sua voglia di mettersi in gioco e di affermazione. Ho deciso di fare della sua vicenda un film perchéchristine-cristina reputo che essa purtroppo sia molto attuale anche nel 2010. Numerose donne ancora sono ridotte a mera merce di scambio, in una società governata prettamente dagli uomini. In quest’ottica, Christine può essere vista come una proto femminista e un modello da seguire, visto che è riuscita a emergere come poetessa già alla fine del Trecento.

La scelta sia dei componenti della troupe che degli attori è stata effettuata direttamente da lei in piena autonomia?

Si, la definizione del cast è una fase di cui mi sono occupata personalmente e a cui ho dedicato molta attenzione. Devo dire che sono stata molto fortunata, perché gli artisti e i collaboratori che volevo coinvolgere nel progetto erano tutti liberi da altri impegni. Lo storico Lucio Villari, per esempio, mi ha dato una mano a ricostruire nella maniera più realistica possibile il concatenarsi delle vicissitudini di Christine. Per quanto riguarda la qualità estetica, poi, sono stati importantissimi gli apporti del direttore della fotografia Paolo Carnera, gli abiti in stile, semplici ma accurati, realizzati da Nanà Cecchi e le scenografie di Marco Dentici.

Gran parte delle scene sono state girate sui set ricostruiti di Cinecittà, mentre altre in spazi all’aperto situati nella provincia di Roma. Ciò mi ha permesso di scoprire posti davvero suggestivi della campagna laziale, di cui fino ad ora ignoravo l’esistenza.

La data di uscita del film nelle sale coincide con quella della cerimonia dei David di Donatello, alla quale fra l’altro lei parteciperà poiché candidata come miglior attrice protagonista. Come risponde ai pronostici delle altre colleghe in lizza per la statuetta Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno che la danno già come vincitrice?

In tutta sincerità, se vincessi il premio penso che me lo meriterei. Non tanto per le mie capacità recitative, quanto per il fatto che ho creduto moltissimo nel film di Virzì La prima cosa bella per il quale sono in nomination. Ringrazio per gli auguri e per l’affetto che mi hanno sempre dimostrato  Margherita e Giovanna, con le quali ho avuto il piacere di lavorare rispettivamente in Caterina va in città e ne L’ultimo bacio, considerandole entrambe due attrici di gran talento e insostituibili per il cinema italiano.

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L'adolescenza multietnica in periferia dei 'Fratelli d'Italia'

fratelli-d-italia-slide“ Bah! Io non l’ho mica capito che cazzo vor dì sta canzone!” E’ una delle considerazioni che sentiamo fare ad Alin, di origini rumene, quando in classe con i suoi compagni italiani canticchia, ormai imparato a memoria, l’inno nazionale. Tra i tanti, questo è uno dei momenti  del documentario di Claudio Giovannesi FRATELLI D’ITALIA, su cui anche solo sul piano intuitivo, siamo portati a soffermarci. E’ un lavoro che con il sostegno della  Regione Lazio e Istituto Luce ottiene cinque copie in distribuzione e sarà nelle sale dal 7 Maggio. Siamo ad Ostia, all’Istituto Tecnico Commerciale “Paolo Toscanelli”. Pescati dal mucchio notevole di studenti di origini non italiane, tre protagonisti, per tre episodi di realtà. Nader Sarhan 16 anni, genitori egiziani: è fidanzato con una coetanea italiana ed investito dalle relative distrazioni che questo comporta, dunque in un rapporto conflittuale con i genitori che non approvano una frequentazione non concessa dalla loro religione, e che sono preoccupati per il problematico comportamento a scuola; Masha Carbonetti 18 anni, bielorussa adottata a 13 da una famiglia italiana: suo fratello l’ha ritrovata e ricontattata dopo anni di silenzio in seguito alla separazione per via dell’adozione, così lei è intenzionata a raggiungerlo in Bielorussia per riabbracciarlo. Alin Delbaci, 17 anni, genitori rumeni : non si è completamente integrato tra i compagni di classe dai quali percepisce una tacita disapprovazione.  Tre esempi, all’interno di un microcosmo notevole, di immigrati di seconda generazione che vivono alla periferia di Roma. Allontanando l’attenzione dai più noti riferimenti alla clandestinità e alla criminalità, attraverso Fratelli d’Italia andiamo affondo a dinamiche complesse che inglobano, mischiandoli bene, l’essere adolescenti , risultare a tutti gli effetti cittadini italiani, il possedere origini straniere. L’esito, come spiega il regista alla conferenza stampa per la presentazione del film, mette a fuoco e fa luce sul vero significato di multi-etnia.

Claudio Giovannesi, l’obiettivo di trasmettere realismo e risultare credibile è riuscito con successo.  Eppure in alcuni momenti percepiamo come una manovra dell’andamento realistico verso elementi che appaiono come delle forzature. Alla partita di calcio di Nader, ad esempio, il padre e la fidanzatina si lanciano degli sguardi complici, oppure i momenti in cui Masha si commuove. Quanto del tuo intervento influisce?

“La preparazione al lavoro prevede una prima fase essenziale che è quella del processo di assimilazione. Ovvero Io, insieme alla troupe per un periodo di tempo precedente alle riprese, grazie alla collaborazione di tutti all’Istituto Toscanelli, mi sono infiltrato e amalgamato al gruppo di studenti e insegnanti. Seguivamo le lezioni, eravamo una presenza costante. Quindi ad un certo punto si sono abituati a noi, nessuno ci faceva più caso. La stessa cosa è valsa per quanto riguarda il mio rapporto con i tre protagonisti, entrare nelle loro vite e catturare ciò che la quotidianità ha di più naturale, è stato un processo che ha richiesto il tempo di instaurare una confidenza, un rapporto di fiducia. Da quel momento in poi è stato possibile ottenere che le videocamere lanciate nelle loro vite,  potessero risultare invisibili. Per quanto riguarda quelle “forzature” rilevate, è chiaro che non si procede senza delle ipotesi, che vengono fuori da un discorso precedente fratelli-d-italiacon i ragazzi, per identificare il fulcro negli episodi che li riguardano. A quel punto devono realizzarsi o smentirsi tramite azioni mirate. Ad esempio nel caso degli sguardi tra il padre di Nader e la fidanzata Eleonora, è stabilito che l’episodio che riguarda Nader è la difficoltà da parte dei genitori ad accettare questo rapporto, quindi in quella occasione, in cui la partita di calcio di Nader risultava il pretesto, le videocamere erano  puntate sul padre e la ragazza che si trovavano seduti vicino assolutamente per caso e hanno agito senza alcun suggerimento. Poi al montaggio avviene una selezione che deve essere una sintesi di quello che vogliamo comunicare, attraverso un’intenzione e un certo, soggettivo lirismo”.

Alla conferenza stampa erano presenti Giorgio Valente che ha prodotto il documentario tramite l’associazione culturale Il Labirinto, ex  storico cineclub in Via Pompeo Magno a Roma, Luciano Sovena dell’Istituto Luce, e colei che ai tempi della preparazione era consigliere alla Regione Lazio Giulia Rodano.

Cinque copie per Fratelli d’Italia, un esempio questo, di quanto il finanziamento per i documentari nel nostro paese sia una strada che fa paura percorrere, a causa di un pubblico scarno e per lo più adulto  e  un insoddisfacente ritorno economico.

Giulia Rodano: “ Il progetto è stato agevolato e il contributo finanziario approvato dalla Regione, perché incontra a pieno un interesse che si è deciso di incentivare, ovvero che emergano attraverso il linguaggio del cinema, a cui gli studenti vanno educati ed avvicinati, storie dalla scuola. Storie che siano rappresentative delle nostre realtà sociali. Con questo stesso obiettivo, la Regione ha indetto bandi di concorso rivolti agli studenti  per la realizzazione di documentari. Ci facciamo così promotori di una risposta alternativa, una risposta cinematografica, alle informazioni che vengono divulgate tramite tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa, per ottenere uno sguardo tramite un altro punto di vista, più approfondito. Questo è un piccolo passo, ma è evidente che persistono delle difficoltà, dovute secondo me all’allontanamento dagli aiuti di Stato, questo per me è il vero problema, ovvero più che una questione di soldi, è la modalità degli investimenti che bisogna dirigere secondo un principio maggiormente “educativo” del pubblico”.

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Cinema&Storia/100+1. Cento film e un Paese

buongiorno-notte1De Filippo, Rosi, Comencini, Vancini, Pietrangeli, Monicelli e Bellocchio. Questi i primi sette registi che col proprio lavoro entrano di diritto nel progetto ‘Cinema&Storia/100+1. Cento film e un Paese, l’Italia’, progetto promosso dalla Provincia di Roma e dall’Associazione Giornate degli Autori, con la collaborazione di Cinecittà Luce e con il sostegno della Direzione Generale per il Cinema del MIBAC. E l’incontro passato del 19 aprile è avvenuto presso le Scuderie Aldobrandini di Frascati, con la Carta bianca a Marco Bellocchio a cui ha partecipato l’attore Filippo Timi ed è stato presentato da Mimmo Calopresti sotto l’occhio vigile del critico Fabio Ferzetti, ideatore dell’intero progetto. 30 scuole della provincia di Roma, 90 classi, 50 docenti e in tutto 1800 studenti i beneficiari del progetto, un modo differente di approcciarsi alla storia d’Italia che prende il trentennio 1945-1975, ovvero il passato prossimo che ci ha plasmati e a cui è impossibile approcciarsi senza affrontare un discorso cinematografico. I film scelti sono infatti un patrimonio incredibile della nostra memoria, e condividerla con ragazzi delle scuole è un modo per non farli cadere nel dimenticatoio. Problema principale del cinema storico, oltre al deperimento meccanico delle pellicole, sono i diritti d’autore che ne impediscono l’uscita nelle sale, slegati come sono dalle logiche di mercato imperanti. Convinti che siano invece un modo diverso e valido per presentare un pezzo di storia recente, per capirne meglio le meccaniche sociali che hanno fatto da scintilla per i cambiamenti avvenuti dei quali scontiamo e ne viviamo ancora il proseguimento, da ‘Napoletani a Milano’ a ‘Un borghese piccolo piccolo’  passando per pellicole come, ‘I Magliari’ ‘La lunga notte del ‘43’ a ‘Tutti a casa’ fino a ‘‘Io la conoscevo bene’ con ‘I pugni in tasca’ di Marco Bellocchio entriamo in quelle ragioni profonde della borghesia e della lotta di classe ad essa connessa.

La parabola storica che va da ‘I pugni in tasca’ a ‘Buongiorno notte’ è la parabola sociale che va dal personale (la famiglia) allo Stato (il delitto Moro) ed è un modus operandi tipico del regista, basti pensare allo sviluppo del racconto dei suoi ultimi lavori, da ‘L’ora di religione’ a ‘Vincere’.  Regista scomodo, “autore” nella pura accezione intellettuale: Bellocchio racconta ai ragazzi che la genesi del suo primo lavoro, realizzato a soli venticinque anni, appena uscito dal Centro Sperimentale, è avvenuta a partire dal proprio background culturale, ovvero dalla letteratura, dalla poesia e dalle preferenze personali cui ha attinto a piene mani: “Non è facile parlare dopo tanti anni. Ero giovane. Quando si inizia si è idealisti, si vorrebbero fare cose straordinarie. Spesso non si riesce a coglierne le possibilità. Allora era complicato realizzare un film, oggi c’è la possibilità del digitale, quindi a basso budget. Nel pensare i pugni in tasca, incapace di fare valutazioni, ho capito che avrei dovuto realizzare qualcosa che sarei stato in grado di fare. Ho concepito ‘I pugni in tasca’ chiedendo un mutuo, dopo aver scritto la sceneggiatura, con Enzo Doria, bussammo a tante porte e nessuno lo volle fare. La dimensione pratica, obbligatoria. Questa storia la sentivo profondamente: è la mia storia, rabbia, feroce rabbia che poi si rappresentò in questo film, dove in modo trasgressivo e trasformato si racconta non solo della mia vita e dei miei affetti ma anche la mia cultura. Passioni letterarie, per me teatro dell’assurdo, surrealismo, letteratura francese: queste le sorgenti che poi combinano la tua vita (esperienze) con quelle culturali, che fanno un tutt’uno.  Il risultato è stato inaspettato, per me era per capire se potevo fare il regista oppure no.”

Ma presente in sala anche Filippo Timi, il protagonista di ‘Vincere’, col quale si inizia l’incontro parlando della scelta del regista sull’attore principale, quello in grado di interpretare Benito Mussolini al di là delle somiglianze estetiche, in grado di far vivere sullo schermo l’animo di un Duce. Racconta Timi: “Personaggio scomodo, interessante: come attore sei costretto ad un compito impossibile, vincereinterpretare Mussolini, che è ancora molto vivo nella memoria. Il punto più importante è stato di non creare limitazioni: fregarsene dell’aspetto imitativo per andare a cercare il Mussolini che c’è in noi. Per me è stato più difficile uscire dal personaggio che entrarci, perché il potere dà alla testa. Poi ti rendi conto che è deleterio, il potere uccide qualunque amore. Il film rispecchia il regista: un aggettivo per Marco è “il coraggio”, che è poi contagioso, e ti costringe a diventarlo anche tu. È stato coraggioso anche nello scegliermi, è fondamentale fregarsene, osare”.

Bellocchio: ”Abbiamo fatto un provino classico, la scelta è stata abbastanza semplice, lì c’era un discorso di autorevolezza, tenacia, che Timi poteva fare tranquillamente. Più difficile la scelta per la Dalser, che è poi caduta sulla Mezzogiorno. Mi è venuto in mente il Generale Della Rovere, perché quando poi ti si dice che sei coraggioso, allora alla fine lo devi essere”. A proposito della bravura di Timi, nonostante la critica e chiunque abbia visto il film non abbia fatto che elogiare l’attore, ecco che Timi va contro e afferma, senza retorica: “Non voglio essere bravo, la posta in gioco è altro, bisogna essere più che bravi, bisogna essere vivi”.

Tornando a ‘I pugni in tasca’, ed a proposito dello scandalo all’epoca di parlare di un matricidio, Bellocchio racconta: ”C’è molto della mia vita, ma è chiaro che tutto ciò che mi e successo prima  la fantasia lo elabora e trasforma, con dei percorsi mentali poco interessanti da decifrare: la bellezza dei venti anni è la positiva irresponsabilità, io non mi rendevo conto dello scandalo per la società. In effetti il matricidio, nel ‘65 era scandaloso. Allora lo scandalo, la provocazione, era nel cinema un fattore potente, controllato dal potere. Scattò immediatamente una denuncia di sequestro del film, ma i produttori avevano trovato dei trucchi: proiettavano per la prima volta il film davanti un pretore democratico che doveva rispondere, era di Reggio Emilia (e democratico)”.

Ed a proposito di attori ed errori: ”Se un film è personale, vivo, tu puoi anche sbagliare attori: ne ‘I pugni in tasca’ ebbi la fortuna di trovare lo svedese, ma per Leone, il fratello, che doveva rappresentare personaggio che doveva far paura, trovammo un ragazzo colpito dalla polio, e questa figura non andava bene, ma poi il film funzionò lo stesso, l’importante è che tutto funzioni, i vettori principali devono funzionare. Nella scelta del cast si andò per tentativi. Contattammo Gianni Morandi che quando lesse il copione gli piacque molto, ma poi tutte le persone a lui vicine lo bloccarono. Facemmo altri provini, anche a Franco Nero, allora non noto. Ma passando al Centro Sperimentale incontrai questo ragazzo svedese (che studiava regia). Fu doppiato da Grassini che aveva fatto Robespierre e che diede un piccolo accento emiliano. Poi Paola Pitagora (di Parma)”. A proposito della bellezza della Pitagora, Bellocchio racconta:” Una delle assenze che riguardava la mia esperienza familiare era che avevo sorelle più grandi votate all’esser zitelle o suore, allora la Pitagora era completamente fuori dalla mia quotidianità”.

Interessante la scelta del titolo, ‘I pugni in tasca’, che Bellocchio racconta così: ”Quando prepari un film capita di trovare un titolo giusto. Accadde che quando era in montaggio mi misi ad elencare una serie di titoli (L’epilessia, l’età verde, poi, i pugni in tasca).  Alcuni anni dopo un critico dei Cahiers mi ricordò che questa espressioni è in un verso di Rimbaud. Certi concetti, espressioni, circolano. Credo molto nella dimensione della ricettività, l’ascolto, non solo per le idee e le immagini, ma anche per l’esitazione: l’attore alcune volte ti spinge.  Ne ‘L’ora di religione’ il fratello folle ricorda un po’ il figlio in ‘Vincere’. Nella sceneggiatura c’era la bestemmia, ma nel momento di girare esitavocastellitto. Non tanto l’attore (che era credente), ma una serie di collaboratori mi spinsero. Fu molto importante. La fermezza e la convinzione mi suggerirono la scelta giusta, che questo disperato pronunciasse le due bestemmie per dare potenza disperata al personaggio. Ne ‘I pugni in tasca’ il personaggio canta la Traviata e poi muore. Castel non la conosceva, ma in quel caso, mi convinsi perché erano convinte anche le persone della troupe.

Tornando al tema del film, e quindi alla borghesia, alle famiglie borghesi tanto cambiate negli ultimi anni, Bellocchio racconta: ”La famiglia borghese è cambiata in questi ultimi decenni. In quegli anni  c’era una contrapposizione forte, lotta, partiti, ecc.: la definizione non era fluida come oggi. Ciò che è rimasto, benché i rapporti sociali siano cambiati, è la meccanica all’interno della famiglia. Violenza familiare, stupri, pedofilia avvengono ancora all’interno della famiglia. Ed il rapporto fra genitori e figli è vivo come cinquanta anni fa. Penso a ‘Un borghese piccolo piccolo’,  una storia atroce in cui i genitori tendono a proteggere sempre i figli, una debolezza protettiva di cui i ragazzi poi se ne approfittano. Ecco, la protezione nelle carriere è qualcosa che ha attraversato la storia.

Ed è col racconto in prima persona di un attore alle prese con le scene ideate da Bellocchio che si conclude l’incontro, ovvero con Filippo Timi che racconta, a proposito del suo mestiere: “Non esiste un metodo, io odio “il metodo” che puo’ omologarti, sono un secchione, studio molto, cerco “il senso” ma poi vado a ballare in discoteca. Sono aperto a tutto, non credo che esista un metodo, ma un aggancio, un’attitudine, credo che dentro di noi ci sia tutto quanto e se non c’è è perché ancora non l’hai scoperto.  Lo rapporto sempre e comunque a me, non credo esista un metodo per indossare un personaggio. Gli attori bravi fanno un mestiere, tutto è duro, continuare ad essere vivi è duro, c’è un fuoco, ma serve la caparbietà.” E nello specifico, il mestiere dell’attore comprende anche scene molto intense, come quelle fra Mussolini e la Dalser di straordinaria intensità. Racconta Timi: ”L’atto creativo è sempre inspiegabile. Con la Mezzogiorno non ci conoscevamo molto, ci siamo trovati nudi, per la prima volta ci stavamo realmente conoscendo, i corpi si sono rivelati, è stato bello ma poi ti accorgi che per esser storici si deve esser contemporanei, e per alzare il tiro e non fare solo una scena di una scopata, se la “interpreti” sarai falso: dovevamo trasformare quella scena concreta in un’immagine, in altro (il potere che fotte l’amore) e se pensi a questo la fai finta. Il limite era sottile. Anche se cerchi di tenerti a bada, dopo otto ore è difficile, ma poi ti sciogli e quindi viene tutto facile”. La scena è quella straordinaria scena in cui Mussolini, durante l’amplesso, guarda avanti a sé, invece che la propria donna, metafora nella quale, per dirla con Timi, “il potere fotte ‘amore”. E Bellocchio racconta: “Il limite era la pornografia, la ripetitività. Ciò che mi ha fatto piacere quando hanno fatto questo lavoro è stata la disponibilità. Inflazione dei corpi, quindi disponibilità, di rappresentare qualcosa di fisico e poi anche altro. Guardare avanti è venuto dopo, in un contesto così scatenato, all’ultimo dai un’indicazione, uno sguardo, che diventa fondamentale per caratterizzare un personaggio”.

Finito l’incontro, bagno di folla coi ragazzi che si sono accalcati nel farsi le foto e gli autografi con Timi e Bellocchio, conclusione di un incontro interessante di storia, di cinema e di racconti.

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