De Filippo, Rosi, Comencini, Vancini, Pietrangeli, Monicelli e Bellocchio. Questi i primi sette registi che col proprio lavoro entrano di diritto nel progetto ‘Cinema&Storia/100+1. Cento film e un Paese, l’Italia’, progetto promosso dalla Provincia di Roma e dall’Associazione Giornate degli Autori, con la collaborazione di Cinecittà Luce e con il sostegno della Direzione Generale per il Cinema del MIBAC. E l’incontro passato del 19 aprile è avvenuto presso le Scuderie Aldobrandini di Frascati, con la Carta bianca a Marco Bellocchio a cui ha partecipato l’attore Filippo Timi ed è stato presentato da Mimmo Calopresti sotto l’occhio vigile del critico Fabio Ferzetti, ideatore dell’intero progetto. 30 scuole della provincia di Roma, 90 classi, 50 docenti e in tutto 1800 studenti i beneficiari del progetto, un modo differente di approcciarsi alla storia d’Italia che prende il trentennio 1945-1975, ovvero il passato prossimo che ci ha plasmati e a cui è impossibile approcciarsi senza affrontare un discorso cinematografico. I film scelti sono infatti un patrimonio incredibile della nostra memoria, e condividerla con ragazzi delle scuole è un modo per non farli cadere nel dimenticatoio. Problema principale del cinema storico, oltre al deperimento meccanico delle pellicole, sono i diritti d’autore che ne impediscono l’uscita nelle sale, slegati come sono dalle logiche di mercato imperanti. Convinti che siano invece un modo diverso e valido per presentare un pezzo di storia recente, per capirne meglio le meccaniche sociali che hanno fatto da scintilla per i cambiamenti avvenuti dei quali scontiamo e ne viviamo ancora il proseguimento, da ‘Napoletani a Milano’ a ‘Un borghese piccolo piccolo’ passando per pellicole come, ‘I Magliari’ ‘La lunga notte del ‘43’ a ‘Tutti a casa’ fino a ‘‘Io la conoscevo bene’ con ‘I pugni in tasca’ di Marco Bellocchio entriamo in quelle ragioni profonde della borghesia e della lotta di classe ad essa connessa.
La parabola storica che va da ‘I pugni in tasca’ a ‘Buongiorno notte’ è la parabola sociale che va dal personale (la famiglia) allo Stato (il delitto Moro) ed è un modus operandi tipico del regista, basti pensare allo sviluppo del racconto dei suoi ultimi lavori, da ‘L’ora di religione’ a ‘Vincere’. Regista scomodo, “autore” nella pura accezione intellettuale: Bellocchio racconta ai ragazzi che la genesi del suo primo lavoro, realizzato a soli venticinque anni, appena uscito dal Centro Sperimentale, è avvenuta a partire dal proprio background culturale, ovvero dalla letteratura, dalla poesia e dalle preferenze personali cui ha attinto a piene mani: “Non è facile parlare dopo tanti anni. Ero giovane. Quando si inizia si è idealisti, si vorrebbero fare cose straordinarie. Spesso non si riesce a coglierne le possibilità. Allora era complicato realizzare un film, oggi c’è la possibilità del digitale, quindi a basso budget. Nel pensare i pugni in tasca, incapace di fare valutazioni, ho capito che avrei dovuto realizzare qualcosa che sarei stato in grado di fare. Ho concepito ‘I pugni in tasca’ chiedendo un mutuo, dopo aver scritto la sceneggiatura, con Enzo Doria, bussammo a tante porte e nessuno lo volle fare. La dimensione pratica, obbligatoria. Questa storia la sentivo profondamente: è la mia storia, rabbia, feroce rabbia che poi si rappresentò in questo film, dove in modo trasgressivo e trasformato si racconta non solo della mia vita e dei miei affetti ma anche la mia cultura. Passioni letterarie, per me teatro dell’assurdo, surrealismo, letteratura francese: queste le sorgenti che poi combinano la tua vita (esperienze) con quelle culturali, che fanno un tutt’uno. Il risultato è stato inaspettato, per me era per capire se potevo fare il regista oppure no.”
Ma presente in sala anche Filippo Timi, il protagonista di ‘Vincere’, col quale si inizia l’incontro parlando della scelta del regista sull’attore principale, quello in grado di interpretare Benito Mussolini al di là delle somiglianze estetiche, in grado di far vivere sullo schermo l’animo di un Duce. Racconta Timi: “Personaggio scomodo, interessante: come attore sei costretto ad un compito impossibile,
interpretare Mussolini, che è ancora molto vivo nella memoria. Il punto più importante è stato di non creare limitazioni: fregarsene dell’aspetto imitativo per andare a cercare il Mussolini che c’è in noi. Per me è stato più difficile uscire dal personaggio che entrarci, perché il potere dà alla testa. Poi ti rendi conto che è deleterio, il potere uccide qualunque amore. Il film rispecchia il regista: un aggettivo per Marco è “il coraggio”, che è poi contagioso, e ti costringe a diventarlo anche tu. È stato coraggioso anche nello scegliermi, è fondamentale fregarsene, osare”.
Bellocchio: ”Abbiamo fatto un provino classico, la scelta è stata abbastanza semplice, lì c’era un discorso di autorevolezza, tenacia, che Timi poteva fare tranquillamente. Più difficile la scelta per la Dalser, che è poi caduta sulla Mezzogiorno. Mi è venuto in mente il Generale Della Rovere, perché quando poi ti si dice che sei coraggioso, allora alla fine lo devi essere”. A proposito della bravura di Timi, nonostante la critica e chiunque abbia visto il film non abbia fatto che elogiare l’attore, ecco che Timi va contro e afferma, senza retorica: “Non voglio essere bravo, la posta in gioco è altro, bisogna essere più che bravi, bisogna essere vivi”.
Tornando a ‘I pugni in tasca’, ed a proposito dello scandalo all’epoca di parlare di un matricidio, Bellocchio racconta: ”C’è molto della mia vita, ma è chiaro che tutto ciò che mi e successo prima la fantasia lo elabora e trasforma, con dei percorsi mentali poco interessanti da decifrare: la bellezza dei venti anni è la positiva irresponsabilità, io non mi rendevo conto dello scandalo per la società. In effetti il matricidio, nel ‘65 era scandaloso. Allora lo scandalo, la provocazione, era nel cinema un fattore potente, controllato dal potere. Scattò immediatamente una denuncia di sequestro del film, ma i produttori avevano trovato dei trucchi: proiettavano per la prima volta il film davanti un pretore democratico che doveva rispondere, era di Reggio Emilia (e democratico)”.
Ed a proposito di attori ed errori: ”Se un film è personale, vivo, tu puoi anche sbagliare attori: ne ‘I pugni in tasca’ ebbi la fortuna di trovare lo svedese, ma per Leone, il fratello, che doveva rappresentare personaggio che doveva far paura, trovammo un ragazzo colpito dalla polio, e questa figura non andava bene, ma poi il film funzionò lo stesso, l’importante è che tutto funzioni, i vettori principali devono funzionare. Nella scelta del cast si andò per tentativi. Contattammo Gianni Morandi che quando lesse il copione gli piacque molto, ma poi tutte le persone a lui vicine lo bloccarono. Facemmo altri provini, anche a Franco Nero, allora non noto. Ma passando al Centro Sperimentale incontrai questo ragazzo svedese (che studiava regia). Fu doppiato da Grassini che aveva fatto Robespierre e che diede un piccolo accento emiliano. Poi Paola Pitagora (di Parma)”. A proposito della bellezza della Pitagora, Bellocchio racconta:” Una delle assenze che riguardava la mia esperienza familiare era che avevo sorelle più grandi votate all’esser zitelle o suore, allora la Pitagora era completamente fuori dalla mia quotidianità”.
Interessante la scelta del titolo, ‘I pugni in tasca’, che Bellocchio racconta così: ”Quando prepari un film capita di trovare un titolo giusto. Accadde che quando era in montaggio mi misi ad elencare una serie di titoli (L’epilessia, l’età verde, poi, i pugni in tasca). Alcuni anni dopo un critico dei Cahiers mi ricordò che questa espressioni è in un verso di Rimbaud. Certi concetti, espressioni, circolano. Credo molto nella dimensione della ricettività, l’ascolto, non solo per le idee e le immagini, ma anche per l’esitazione: l’attore alcune volte ti spinge. Ne ‘L’ora di religione’ il fratello folle ricorda un po’ il figlio in ‘Vincere’. Nella sceneggiatura c’era la bestemmia, ma nel momento di girare esitavo
. Non tanto l’attore (che era credente), ma una serie di collaboratori mi spinsero. Fu molto importante. La fermezza e la convinzione mi suggerirono la scelta giusta, che questo disperato pronunciasse le due bestemmie per dare potenza disperata al personaggio. Ne ‘I pugni in tasca’ il personaggio canta la Traviata e poi muore. Castel non la conosceva, ma in quel caso, mi convinsi perché erano convinte anche le persone della troupe.
Tornando al tema del film, e quindi alla borghesia, alle famiglie borghesi tanto cambiate negli ultimi anni, Bellocchio racconta: ”La famiglia borghese è cambiata in questi ultimi decenni. In quegli anni c’era una contrapposizione forte, lotta, partiti, ecc.: la definizione non era fluida come oggi. Ciò che è rimasto, benché i rapporti sociali siano cambiati, è la meccanica all’interno della famiglia. Violenza familiare, stupri, pedofilia avvengono ancora all’interno della famiglia. Ed il rapporto fra genitori e figli è vivo come cinquanta anni fa. Penso a ‘Un borghese piccolo piccolo’, una storia atroce in cui i genitori tendono a proteggere sempre i figli, una debolezza protettiva di cui i ragazzi poi se ne approfittano. Ecco, la protezione nelle carriere è qualcosa che ha attraversato la storia.
Ed è col racconto in prima persona di un attore alle prese con le scene ideate da Bellocchio che si conclude l’incontro, ovvero con Filippo Timi che racconta, a proposito del suo mestiere: “Non esiste un metodo, io odio “il metodo” che puo’ omologarti, sono un secchione, studio molto, cerco “il senso” ma poi vado a ballare in discoteca. Sono aperto a tutto, non credo che esista un metodo, ma un aggancio, un’attitudine, credo che dentro di noi ci sia tutto quanto e se non c’è è perché ancora non l’hai scoperto. Lo rapporto sempre e comunque a me, non credo esista un metodo per indossare un personaggio. Gli attori bravi fanno un mestiere, tutto è duro, continuare ad essere vivi è duro, c’è un fuoco, ma serve la caparbietà.” E nello specifico, il mestiere dell’attore comprende anche scene molto intense, come quelle fra Mussolini e la Dalser di straordinaria intensità. Racconta Timi: ”L’atto creativo è sempre inspiegabile. Con la Mezzogiorno non ci conoscevamo molto, ci siamo trovati nudi, per la prima volta ci stavamo realmente conoscendo, i corpi si sono rivelati, è stato bello ma poi ti accorgi che per esser storici si deve esser contemporanei, e per alzare il tiro e non fare solo una scena di una scopata, se la “interpreti” sarai falso: dovevamo trasformare quella scena concreta in un’immagine, in altro (il potere che fotte l’amore) e se pensi a questo la fai finta. Il limite era sottile. Anche se cerchi di tenerti a bada, dopo otto ore è difficile, ma poi ti sciogli e quindi viene tutto facile”. La scena è quella straordinaria scena in cui Mussolini, durante l’amplesso, guarda avanti a sé, invece che la propria donna, metafora nella quale, per dirla con Timi, “il potere fotte ‘amore”. E Bellocchio racconta: “Il limite era la pornografia, la ripetitività. Ciò che mi ha fatto piacere quando hanno fatto questo lavoro è stata la disponibilità. Inflazione dei corpi, quindi disponibilità, di rappresentare qualcosa di fisico e poi anche altro. Guardare avanti è venuto dopo, in un contesto così scatenato, all’ultimo dai un’indicazione, uno sguardo, che diventa fondamentale per caratterizzare un personaggio”.
Finito l’incontro, bagno di folla coi ragazzi che si sono accalcati nel farsi le foto e gli autografi con Timi e Bellocchio, conclusione di un incontro interessante di storia, di cinema e di racconti.