Ispirò Hitchcock e Wenders, fu influenzato dai film dei “tedeschi” di Hollywood. La sua arte ha uno stretto rapporto col cinema. All’americano Edward Hopper (1882-1967), uno dei più grandi pittori del XX secolo, è dedicata una mostra antologica (la prima organizzata in Italia) che dopo il grande successo ottenuto a Milano è giunta anche a Roma.
In effetti, ammirando le 160 opere esposte a Palazzo Reale, non è difficile coglierne subito il taglio cinematografico. Non solo perché in esse risaltano sempre - e nitidamente - materie, colori e chiaroscuri, ma anche per la perfezione delle scene rappresentate e per lo “sguardo” usato dal pittore, simile a quello di una cinepresa che opera in soggettiva. I dipinti di Hopper, inoltre, nascono da un’accurata preparazione fatta di schizzi e disegni replicati e rimaneggiati più volte. Il procedimento seguito, dunque, è lo stesso del regista che fa ripetere una medesima scena finché non arriva quella che lui ritiene definitiva. Il risultato raggiunto dall’artista - soprattutto negli olii su tela – si ravvisa invece nelle tinte forti di un verismo che incanta, dove ombre nette riflettono una luce tagliente, proprio come in un’inquadratura della macchina da presa. Ma anche incisioni
e acquerelli realizzati dal pittore nella prima fase della sua carriera non si sottraggono ai paragoni col cinema. Anzi, guardando le sue raffigurazioni di interni e di paesaggi metropolitani, così squadrati e freddi, appaiono in modo evidente i nessi con lo stile crudo e metafisico dei registi “tedeschi” che arrivarno a Hollywood negli anni Venti e Trenta, soprattutto Ernest Lubitsch e Fritz Lang. L’acquaforte Night shadows (1921), per esempio, sembra una scena tratta dal Mostro di Dusseldorf di Lang, benché il film sia stato girato dieci anni dopo. Segno, questo, che le influenze tra i due sono state reciproche.
Ma visitando la mostra milanese (che pure presenta soltanto una parte della più consistente opera di Hopper) abbiamo colto altri richiami e analogie con la Settima Arte. La tela Chair car (1965), infatti, ci ha fatto venire in mente l’atmosfera carica di suspence dello scompartimento del treno dove lo psicopatico Bruno Anthony (Robert Walker) incontra per la prima volta il tennista Guy in Delitto per delitto
-L’altro uomo (1951) di Alfred Hitchock. Gli interni di teatri con spettatori solitari di alcuni dipinti ci hanno fatto pensare, invece, al vuoto “salone dei trattenimenti” dove l’assassino Keller, prima di morire, viene assolto da padre Logan (Montgomery Clift) nell’emozionante finale di Io confesso (1953). Nel frame di chiusura di questo film, peraltro, compare una casa che si erge, spettrale, in cima a una collina.
È la stessa sopra il Motel Bates in cui si svolgeranno i delitti diPsycho, un classico di Hitchcock, girato nel 1960. Il nesso, stavolta, è strabiliante: si tratta dell’esatta raffigurazione su celluloide del quadro intitolato House by the Railroad, del 1925, che può essere considerato il simbolo della poetica pittorica hopperiana. E che dire, poi, di Night windows (1928), in cui in cui l’occhio voyeristico del pittore entra nella casa di fronte cogliendo col solito effetto di luci e ombre una donna in vestaglia, di spalle, intenta a fare qualcosa di misterioso nella sua camera? Innegabile, stavolta, è il richiamo a La finestra sul cortile (1954), altro capolavoro del grande Hitch.
Anche Wim Wenders, dedicatosi esso stesso alla pittura prima di approdare al cinema, ha ripreso – a piene mani – atmosfere, paesaggi e scene care a Hopper. Lo stesso regista tedesco ha definito i quadri del pittore di New York “inizi di un film americano”. Esempi, in tal senso, ce ne sono a bizzeffe. In Alice nelle città (1973) per esempio, compaiono case, colline, insegne luminose, cartelloni pubblicitari, pompe di benzina, come nelle tele più famose del pittore realista. Lo stesso si può dire per Nel corso del tempo (1975), un film dove strade, automobili, stazioni di servizio sono un continuo richiamo alla pittura di Hopper e agli elementi che la distinguono.
Gli spunti cinematografici che offre la pittura hopperiana, però, non finiscono qui. Uno piuttosto curioso lo ritroviamo in un quadro dell’austriaco Gottfried Helnwein dal titolo Boulevard of broken dreams, dove le figure “anonime” dipinte da Hopper in Nighthawks (la sua opera forse più famosa) hanno preso le sembianze di Humphrey Bogart, James Dean, Elvis Presley e Marilyn Monroe. Anche un film si chiama, nell’edizione originale, Nighthawks: fu diretto da Bruce Malmuth nel 1981 e interpretato da Sylvester Stallone, in Italia uscì col titolo I falchi della notte.








