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Sognando un sogno. L'arte di Satoshi Kon

paprikaE’ partita quasi come una voce di corridoio virtuale, poi confermata in poche ore anche dalla stampa, la notizia della scomparsa di Satoshi Kon, avvenuta ieri 24 Agosto. Il regista è morto per un tumore al pancreas - del quale pare fosse malato già da tempo – all’età di soli 46 anni (ne avrebbe compiuti 47 ad Ottobre). E non è esagerato dire che con lui se ne va una delle più brillanti menti creative del panorama animato nipponico contemporaneo.

In realtà la sua carriera nacque dapprima sulla carta. Vent’anni fa pubblicò un manga autoconclusivo di pregevole fattura, La stirpe della sirena (edito anche in Italia dalla Star Comics), che ottenne un buon successo di critica. Il suo tratto pulito ed i suoi personaggi credibili e curati attirarono l’attenzione di un altro maestro insuperato dell’animazione giapponese, il grande Katsuhiro Otomo, già diventato famosissimo per Akira e venerato da intere generazioni di lettori futuri. Con lui si occupò ancora di fumetti ed iniziò a collaborare alla creazione di anime – i cartoni giapponesi -. Pochi anni dopo fu preso sotto l’ala protettiva di un altro indiscusso genio del lungometraggio, Mamoru Oshii, autore anch’egli di un vero e proprio film manifesto per i cultori del genere cyberpunk nonché dell’ottima animazione giapponese: il pluripremiato Ghost in the shell. Con Oshii, tra l’altro, Kon lavorò alla realizzazione del film forse più bello del regista (pari se non superiore allo stesso GITS), ovvero Patlabor 2 The Movie.

Dopo altre collaborazioni con Otomo, Satoshi Kon iniziò la sua carriera da regista iSatoshi_Konn piena autonomia verso la fine degli anni Novanta. Il suo primo film animato, Perfect Blue (1997), consacrò il suo talento in maniera inequivocabile. La storia è incentrata su una idol - popstar giapponese - che decide di lasciare la musica e di dedicarsi al cinema, finendo però suo malgrado in un incubo allucinato in cui finzione e realtà si fondono: con un po’ di ardore, si potrebbe pensare ad un precursore animato del lynchiano INLAND EMPIRE. In questo pregevole thriller psicologico (dalla qualità tecnica peraltro eccellente) si delineava già il gusto personale del regista per le atmosfere cupe ed i personaggi complessi, talvolta sopra le righe. Ma soprattutto la sua satira ai mass media ed allo star system, nonchè la sua passione – forse ossessione – per la dimensione onirica della coscienza umana, con risvolti alienanti e finanche tragici. Nel 2001 arrivò la sua seconda prova, Millennium Actress, che riprende proprio questi ultimi due punti della poetica di Kon e li inserisce in una cornice forse meno cruenta ma altrettanto drammatica, non priva però di un lirismo nostalgico e citazionista che gli vanterà un discreto successo di critica e di pubblico in patria. Nel 2003 è la volta della commedia Tokyo Godfathers, forse il più tenero e lineare di tutta la sua filmografia, in cui tre senza tetto (tra cui un travestito eccentrico) trovano un neonato nella spazzatura ed iniziano una curiosa avventura natalizia. Qui il tono si fa leggero, quasi favolesco, senza perdere però l’autorialità ed una precisa cifra stilistica rintracciabile sia in regia e scrittura che nell’inconfondibile character design dei suoi personaggi.perfectblue

A Tokyo Godfathers seguì un impegno diverso, che allontanò Kon dal lungometraggio e lo portò a dedicarsi all’inesplorato mondo dell’anime a puntate. E’ il caso di Paranoia Agent, cartoni per adulti in 13 episodi prodotto dal celebre Studio Madhouse. Inquietante e cerebrale come i primi lavori, la serie è incentrata su due detective alla ricerca di un ragazzo psicopatico che aggredisce le sue vittime munito di una mazza da baseball e apparentemente senza alcun motivo. Come sottolineato dalla parola chiave del titolo, nell’anime in questione il tema predominante è quello della paranoia, permeato anche qui dai condizionamenti provenienti dai media e dall’universo adolescenziale. E tornano ancora le ossessioni oniriche ed il racconto surreale, con suggestioni più marcatamente fantasy che torneranno nel suo film successivo (e che rimarrà, purtroppo, l’ultimo): Paprika – Sognando un sogno, del 2006, che fu presentato anche alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia di quell’anno. In esso tutti gli elementi finora descritti nell’arte visiva di Satoshi Kon sono presenti e portati talvolta all’estremo, soprattutto per ciò che concerne gli aspetti legati all’elemento fantastico/onirico, che vira qui decisamente sul grottesco. Siamo però ben lontani dai toni angoscianti del suo esordio cinematografico, essendo più evidenti le venature da commedia sentimentale dei lungometraggi successivi.

La prematura scomparsa di un autore così eclettico e talentuoso appare ancora più ingiusta, se si considera la specificità del suo campo di azione nel panorama cinematografico internazionale. I cartoni animati per un pubblico maturo sono già di per sé sottoposti ancora a numtokyogodsrosi pregiudizi, sia a livello di critica che di pubblico. E se questo principio lo si applica al contesto animato nipponico, che in Italia come in altri paesi occidentali è ancora oggi oggetto di sterili polemiche di etica ed opportunità pedagogica, è facile intuire come la dipartita di uno dei pochi registi apprezzati (neanche troppo tardivamente) anche qui da noi, in un ambito così ristretto, sia un’evenienza doppiamente spiacevole.

Di certo, nomi eccellenti nel cinema d’animazione giapponese ce ne sono ancora: i già citati maestri Oshii e Otomo; il “diversamente” disneyano Hayao Miyazaki, senza dubbio più famoso, prolifico ed universalmente amato; l’ottimo Rintaro, impegnato però maggiormente nell’animazione televisiva o da home video… Tuttavia, con questo recente lutto, il Paese del Sol Levante (con gli amanti di anime in genere) ha perso uno sceneggiatore e regista valido e – cosa più grave – dalle potenzialità ancora non completamente espresse. Che è, come quasi sempre in questi casi, il rammarico peggiore.

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