Un padre ed un figlio che non si conoscono - tutti e due a loro modo borderline - sono costretti ad una convivenza forzata di alcuni mesi, durante i quali impareranno molte cose l’uno dall’altro. Bruno Beltrame ha tirato i remi in barca, e da un bel po’. Del suo antico talento di scrittore è rimasto quel poco che gli basta per scrivere su commissione “i libri degli altri”, le biografie di calciatori e personaggi della televisione (attualmente sta scrivendo quella di Tina, famosa pornostar slovacca divenuta produttrice di film hard); la sua passione per l’insegnamento ha lasciato il posto ad uno svogliato tran-tran di ripetizioni a domicilio a studenti altrettanto svogliati, fra i quali spicca il quindicenne Luca, ignorante come gli altri, ma vitale ed irriverente. Un bel giorno la madre del ragazzo si fa viva, come un fantasma dal passato, con una rivelazione che butta all’aria la vita di Bruno: Luca è suo figlio, un figlio di cui ignorava l’esistenza.. Non solo: la donna è in procinto di partire per un lavoro di sei mesi da cooperante in Africa, e il ragazzo non può e non vuole certo seguirla laggiù. La donna chiede a Bruno di ospitare a casa sua il ragazzo, e di prendersi cura di lui, ma senza rivelargli la sua vera identità. Inizia così una convivenza improbabile fra l’apatico ex-professore e l’inquieto adolescente, sei mesi durante i quali Luca si troverà a confrontarsi con una figura maschile adulta e Bruno, suo malgrado, non potrà fare a meno di prendersi cura di quel figlio segreto, che oltretutto sembra destinato ad infilarsi in un grosso guaio…
Ottimo esordio alla regia di Francesco Bruni, con due bravissimi protagonisti ed un ritmo lontano dalla frenesia delle ultime commedie italiane
Esce venerdì 18 il gradevolissimo Scialla! di Francesco Bruni, con Fabrizio Bentivoglio e l'esordiente Filippo Scicchitano. E ha già per sostenitore d'eccezione un maestro del cinema italiano
Quando è stato presentato a Los Angeles anche il pubblico americano, nonostante la traduzione con sottotitoli, ha apprezzato calorosamente (così dicono regista e produttore) tutte le battute, tanto che forse se ne farà un remake hollywoodiano. Sarà perché ha la finezza della finzione teatrale, più universale che non quella cinematografica. Mentre le battute strizzano l’occhio a una comicità ingenua e disarmante, che ha fatto la storia. Fatto sta che Happy Family fa ridere di gusto e in maniere intelligente. Con il meta-testo che Alessandro Genovesi aveva portato in scena all’Elfo di Milano, Gabriele Salvatores lancia (finalmente) un messaggio: il cinema italiano può staccarsi dalla piega neo-neorealista che per anni è stata l’unica alternativa alle gag ridanciane e sguaiate.
Happy Family è un
film nel film: Ezio (Fabio De Luigi), sceneggiatore improvvisato, decide di scrivere un film, “un film d’autore” anche se ci sarebbe un problema, “manca l’idea”. Allora si inventa una Milano in cui il cielo è troppo azzurro per essere vero. La gente va in giro in cinquecento giallo semaforo. E gli uomini non hanno bisogno di lavorare perché ricchi di famiglia. L’ispirazione la cerca in oggetti che ha a portata di mano: una cartolina di Panama, un disco di Simon e Garfunkel, la sua bicicletta. Insomma, nella convinzione di scrivere un capolavoro mette insieme un pastrocchio cucinato con gli scarti. Una storia simil Romeo e Giulietta, in cui i padri (Diego Abatantuono e Fabrizio Bentivoglio) poi diventano amici per la vita e le mamme (Carla Signoris e Margherita Buy) si lanciano in confidenze sulla vita matrimoniale. La carne a cuocere è tanta: le famiglie allargate, l’omosessualità, le differenze sociali, il cancro e il colpo di fulmine tra il quarantenne Ezio e la trentenne pianista paranoica dai capelli rossi (Valeria Bilello). Tutti temi buttati là senza troppo indagare. Citazioni irriverenti del cinema italiano degli ultimi tempi.
E’ Ezio l’io narrante e il deus ex machina delle vicende, ma i suoi personaggi rompono le fila e intervengono nella creazione dell’autore. Questa è la componente che più esplicitamente si ispira al teatro: scontato il riferimento a Sei personaggi in cerca d’autore. Anche qui delle figure precostruite fanno pressione per affermare il proprio ruolo. Il finale deve essere chiaro e positivo, perché il pubblico non deve essere preso in giro. Arricchiscono il piatto vari rimandi cinematografi, dalle riflessione a voce alta dal sapore felliniano al prologo sulle paure che fa molto Woody Allen.
Salvatores mette in campo tutti i trucchi per rompere gli schemi classici della finzione cinematografica. A partire dai personaggi che si rivolgono direttamente allo spettatore parlando in macchina. Poi, ogni dettaglio di fotografia e scenografia è fatto per far risaltare l’innaturalità del racconto: colori ipersaturi, scene semplificate e stilizzate. E inquadrature che non mettono i piedi per terra, restituendo una città incantata. Il risultato è un film surreale e idealista, che è un regalo del regista al suo pubblico che ha bisogno di ridere e riflettere sul cambiamento.
Sono terminate le riprese di Una sconfinata giovinezza, il nuovo film di Pupi Avati. La pellicola, interpretata da Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri, con Serena Grandi, Gianni Cavina e Lino Capolicchio, racconta la storia d’amore fra un uomo che si allontana sempre di più dal presente e la sua donna decisa a condividere quel percorso “regressivo”.
Nel nuovo film di Gabriele Salvatores si ride di gusto e le battute sono così ingenue da risultare geniali, disarmanti, l’una dopo l’altra in un contesto tanto finto da parer più vero della realtà. E quelle risate che accompagnano la famiglia felice all’happy end sono un regalo allo spettatore italiano, perché – nota il regista presentando il film a Roma - ha ben poco da ridere: vive in un Paese in cui “i poteri forti usano le paure”, “si sta realizzando il progetto della P2”, “tutti dicono bugie”, “i telegiornali raccontano una realtà virtuale” e “ il lieto fine sembra non arrivare mai”. Allora “se il cinema deve evocare, che evochi i fantasmi della felicità”. E quelli scelti per Happy Family, nelle sale da venerdì 26 marzo, sono fantasmi dai toni esasperati, dal giallo semaforo delle auto, dal rosso delle ciliegie, dal blu del mare di Panama.
In una Milano di plastica, abitata da ricchi “di famiglia” (per meriti dei padri), in cui gli uomoni sono compagni di fumo, le madri nevrotiche, le figlie bellissime e le nonne svampite, Ezio, sceneggiatore improvvisato, decide di scrivere “un film d’autore”. Ma il risultato è solo una storia fatta in casa, con quello che ha a portata di mano: un disco di Simon e Garfunkel, una cartolina dei mari del Sud, il cane Gianni. E’ così sprovveduto che perde le redini del racconto, sopraffatto dai suoi personaggi, che decidono che il finale del film deve essere felice e compiuto, “perché alla fine alla gente gli si deve dire la verità”. Da intreccio simil-Romeo e Giulietta qual era all’inizio, diventa così una storia d’amore, di complice amicizia e di neo-nata famiglia.
Salvatores ha "riunito la banda", rimettendo insieme su un set DiegoAbantuono e Fabrizio Bentivglio dopo Marrakech Express. "Forse ci abbiamo messo troppo - scherza Bentivolgio - in effetti potevamo fare un film postdatato, datandolo 2000".
Happy family è un film nel film. Diverte con intelligenza e invita a riflettere sulle paure, su come imparare a vivere da attori anziché registi e sulla possibilità di cambiare. Salvatores l’ha composto per il grandeschermo rubando al teatro dell’Elfo di Milano, sua creatura di tanti anni fa, lo sceneggiatore Alessandro Genovesi che con sapienza e leggerezza aveva disposto sul palco otto personaggi in cerca d’autore.
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